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Lucca

«Francigena, serve più manutenzione» E l’arcivescovo è cauto sui social

«Francigena, serve più manutenzione» E l’arcivescovo è cauto sui social

Nel mirino la scarsa valorizzazione del cammino «Come potenzialità è un Santiago elevato al cubo» 

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A monsignor Paolo Giulietti, il vescovo pellegrino che da pellegrino è arrivato a Lucca, la via Francigena così com’è non piace: «Manca di manutenzione - ha spiegato durante un incontro con la stampa -: nei venti anni passati dalla sua riscoperta non è cresciuta quanto avrebbe dovuto». Monsignor Paolo, della Francigena, ha un’esperienza diretta recentissima. Dalla sua Perugia, infatti, ha scelto di arrivare a piedi: «La vita diocesana è stata molto impegnativa fino a Pasqua e avevo bisogno di uno stacco mentale. Inoltre, l’idea di arrivare a piedi mi sembrava opportuna per lo spirito dell’ospite pellegrino».

Nel suo viaggio, Giulietti ha imboccato la Francigena a Siena e così ha potuto fare quella che ha chiamato «una verifica» sullo stato del cammino. E ha individuato due problemi. «Innanzitutto - spiega l’arcivescovo - il grosso dei pellegrini non va più a Roma, ma fa piccoli tratti. Questo mette a rischio il futuro stesso della Francigena, è un vulnus spirituale e culturale. A Santiago, ad esempio, non succede». Poi c’è la questione materiale: «La manutenzione deve essere incrementata: uscendo da San Miniato ho trovato l’erba altissima, da tempo evidentemente non è tagliata. Ed è un peccato, perché la Francigena è un cammino da Santiago al Cubo, perché arriva a Roma e perché attraversa città e luoghi di grande importanza per la storia della chiesa ma anche dal punto di vista della cultura e del paesaggio. Bisogna che Chiesa, vescovi delle città attraversate e regioni prendano la Francigena sul serio. Da parte mia, quando ce ne sarà l’occasione, farò le mie proposte».

Conversando con i giornalisti monsignor Giulietti è poi tornato su due punti già affrontati nella sua omelia di domenica: i giovani e i poveri, che saranno oggetto e motore del suo episcopato lucchese.

«C’è un problema - spiega l’arcivescovo - che è la mancanza dei giovani in tante realtà importanti: associazioni, scuola, la stessa chiesa. Quando manca un giovane è una sconfitta per tutta la società».

Per quanto riguarda i poveri, monsignor Giulietti ribadisce, affilandole ancor di più, le parole dette dall’altare di san Martino nella cerimonia di insediamento: «Dobbiamo riflettere su quale modello di collettività costruiamo. C’è troppa concentrazione di ricchezza e, di conseguenza, troppa povertà che ormai è diventata endemica. I poveri non sono più solo i mendicanti che ci chiedono l’elemosina. Tutto questo va cambiato: i principi li conosciamo, ma poi i principi vanno messi in atto con politiche economiche e industriali ben precisi».

Parlando di poveri il discorso slitta in maniera quasi automatica sulle persone spesso più in difficoltà, i migranti. E anche in questo caso le parole di monsignor Paolo sono nette: «È un nodo fondamentale in tutto il mondo. Al di là dei singoli momenti e dei singolo episodi, serve una visione di insieme che mi sembra che in Italia manchi. E questa visione deve essere ispirata dall’intelligenza e della carità. Questo dobbiamo sempre ricordarlo: la carità paga sempre, così come la ricerca del bene per tutti. Ci siamo illusi a lungo che la povertà del mondo sarebbe rimasta confinata altrove. Ma così non poteva essere».

Infine, un passaggio sulla comunicazione: «Per la chiesa - spiega - la comunicazione è diventata una dimensione essenziale, così come per tutta la società». Il fenomeno, però, ha più facce. Alcune anche in ombra: «Mi preoccupa la diffusione di notizie false - conclude l’arcivescovo -, tutto l’odio che si diffonde sui social network e distrugge il bene sociale. Per questo dovremo riflettere su quale uso fare dei social per la vita della diocesi». —



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