Lutto
Il vescovo “rock” che ha dato un colpo alla tradizione
la giornata
Spesso si dice che i grandi concerti rock sono una sorta di messa laica. Ma cosa succede quando la direzione del discorso va in senso opposto, quando è una celebrazione religiosa ad assomigliare a un concerto? Chi ieri ha seguito da vicino almeno una parte del lungo ingresso di monsignor Paolo Giulietti nella diocesi di Lucca può averne un’idea. Perché un evento del genere legato alla chiesa e un comportamento come quello del nuovo arcivescovo da queste parti non si erano mai visti. Sappiamo che i grandi raduni di giovani fedeli nascono addirittura con Giovanni Paolo II e che papa Francesco non disdegna i selfie in piazza San Pietro. Ma questa è la chiesa planetaria, “diversamente simile” a quelle di una comunità come Lucca, che della tradizione - anche sotto lo sguardo del Volto Santo - ha fatto una sorta di mantra.
Ieri tutto questo è sembrato cedere e anche la chiesa lucchese - il suo clero, i suo fedeli, magari anche chi non crede - è sembrata fare uno scatto in avanti. Come spiegare altrimenti le decine e decine di foto che Giulietti è stato chiamato a fare davanti alla chiesa di Capannori, all’inizio dell’ultimo tratto del suo cammino? Gruppi scout, religiosi, famiglie hanno fatto la coda di buon grado per uno scatto con Giulietti. E l’arcivescovo non si è comportato come il divo che rifiuta l’autografo al ragazzino sull’ultimo cd: ha chiamato a sé chi vedeva incontro, ha guardato in camera e ha sorriso ad ogni “cheese”. Non è andata diversamente lungo il cammino che l’ha portato per un tratto della Francigena fino all’ingresso di porta Elisa. Dalle case lungo il cammino sono usciti giovani, anziani e bambini a regalare oggetti più o meno semplici all’arcivescovo, mentre a cancelli e siepi sono apparsi striscioni di benvenuto.
Si è trattato di un momento che ha mobilitato una fetta importante (forse non maggioritaria, ma senz’altro non trascurabile) di popolazione. Fino alla giornata di ieri non sono mancate le critiche di chi ha visto nell’organizzazione di un evento che si immaginava comunque di grande portata un qualcosa di stridente, di stonato con l’understatement tipico della chiesa lucchese. Eppure, come spesso succede in casi simili, la magnitudo di quanto accaduto fa piazza pulita dei distinguo. Ma mette anche sul nuovo arcivescovo un carico di aspettative e di speranze che dovrà essere in grado di soddisfare nel suo periodo di permanenza all’ombra di San Martino. Perché chi l’ha seguito da Capannori o gli ha battuto le mani in Cattedrale vede in lui un argine alla disgregazione sociale. Un punto al quale aggrapparsi, anche se magari non si va in chiesa ogni domenica. E dare una risposta a queste attese sarà per monsignor Paolo la sfida più difficile. —
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