Il Tirreno

Lucca

«Vedevo passare camion carichi di cadaveri verso i forni»

Emanuela Ambrogi
«Vedevo passare camion carichi di cadaveri verso i forni»

La testimonianza di Davide Massei, 97 anni, deportato a Buchenwald per essersi rifiutato di arruolarsi nelle milizie repubblichine  

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LA STORIA

È stato Davide Massei, 97 anni (ma lui dice 95, perché due li ha passati in prigionia), reduce dal campo di Buchenwald, l’ospite d’onore del pranzo organizzato dalle associazioni della Resistenza e dal Comune al Circolo dei Forestieri, dopo la cerimonia del 25 aprile a Fornoli. Massei, che vive al Piaggione, era insieme alla figlia Roberta e al genero Gilberto Galli. Perfettamente lucido, in una straordinaria forma, non si è perso una portata e ha conversato non solo tornando ai ricordi, ma parlando di temi di attualità e della sua grande passione, il ciclismo.

Nel campo di lavoro di Buchenwald era dopo l’8 settembre del 1943, quando si era trovato a combattere contro l’ex alleato tedesco, in Montenegro. Aveva 21 anni. «Dai tedeschi fui portato a Zara insieme a tanti altri italiani – ricorda – lì dovevamo scegliere: arruolarci nelle milizie repubblichine o essere deportati in Germania. Scelsi di non arruolarmi con i fascisti». Fu caricato con altri su un carro merci con porte chiuse dall’esterno, senza cibo per tutto il viaggio di tre o quattro giorni. «All’arrivo fui messo in campo di concentramento con ebrei, russi e altri. Fui spogliato dei miei pochi averi. Non ci facevano dormire all’interno della baracca perché dicevano che lì c’erano malati contagiosi. Io vedevo arrivare camion carichi di cadaveri che venivano poi portati ai forni: in lontananza erano ben visibili ciminiere fumanti. Rimasi in quel campo venti giorni, poi, con tutti gli italiani fui portato in un’altra località, in un campo di lavoro». Dopo sei mesi Massei fu trasferito in una fabbrica in cui veniva montata la bomba V1 e poi la V2.

Nel 1945 il gruppo di Massei fu inquadrato e incolonnato per raggiungere Berlino. «Ci aspettava una brutta fine, perché a Berlino, saremmo stati utilizzati come scudi umani nei bombardamenti. Ma durante il viaggio riuscii a fuggire con altri tre amici. Dopo alcuni giorni vedemmo in lontananza una colonna militare di jeep e carri: erano americani». Poi Massei e gli altri rubarono una macchina e si diressero verso il Brennero, rifornendosi con la benzina succhiata da auto incustodite, e nei pressi del valico un’associazione cattolica dette una mano al gruppo, che riuscì a salire su un treno diretto in Italia, consentendogli di tornare a casa. —

Emanuela Ambrogi

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