Il Tirreno

Lucca

Giudizi, passioni e amori del Puccini 40enne Ecco il secondo volume dell’epistolario

paola taddeucci

Nell’opera curata da Gabriella Biagi Ravenni e Dieter Schickling parole poco lusinghiere per i cantanti con l’eccezione di Caruso 

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lirica

paola taddeucci

Giudicava “cani” la maggior parte dei cantanti e dei direttori d'orchestra, salvando solo il “divino” Enrico Caruso, il “sublime” Arturo Toscanini e pochi altri. Per lui Giuseppe Verdi era la più pura e luminosa gloria italiana e Jules Massenet al di sopra di tutti gli operisti viventi.

Di sé parlava come un passionale, indeciso e incontentabile, arrivando addirittura a maledire Guido d'Arezzo, l'inventore delle note musicali. Ma nello stesso tempo scriveva che i più bei momenti per un compositore erano «quando si concepisce e si mette in carta un'idea che piace e quando si sente la propria musica sorgere dall'orchestra».

A quarant'anni Giacomo Puccini era questo e molto altro: nel pieno della maturità, è il Puccini geniale che tutti conosciamo con la sua prorompente personalità, la continua ricerca della perfezione, i dubbi, l'ironia, la grande cultura, l'estro, le passioni. Quello che tutto il mondo ama e ci invidia, insomma.

A raccontarlo è il secondo volume dell'Epistolario, pubblicato da Olschki nell'Edizione nazionale delle Opere di Giacomo Puccini, a cura di Gabriella Biagi Ravenni e Dieter Schickling. L'opera verrà presentata nella giornata di domani alle 17.30 nella sala Tobino di Palazzo Ducale a Lucca con l'intervento di illustri studiosi, tra i quali il musicologo Lorenzo Bianconi.

Il volume contiene 863 tra lettere, cartoline postali e telegrammi scritti da Puccini nel periodo 1897-1901: più di trecento sono documenti inediti e di molti altri – finora soltanto segnalati in cataloghi d'asta o altrove – la conoscenza era parziale. L'insieme fotografa cinque anni fondamentali nella vita del maestro.

Ormai compositore affermato dopo i successi di “Manon Lescaut” e “Bohème”, nel 1899 termina “Tosca”, che viene rappresentata per la prima volta il 14 gennaio 1900 a Roma, e a settembre 1901 inizia a lavorare a “Madama Butterfly”.

Nel frattempo «corre a destra a sinistra per il mondo» - scrive lui stesso – per seguire l'allestimento delle opere, delle quali cura personalmente la promozione, assicurandosi della qualità dei direttori d'orchestra, dei cantanti e della messa in scena.

Per la prima assoluta di “Tosca”, ad esempio, fa costruire appositamente tre campane da altrettanti artigiani toscani; e una volta collocate in teatro, si accerta che siano ben posizionate in modo da garantire il suono da lui voluto.

Puccini fa molte altre cose, da vero “multitasking” ante litteram. Compra le ville di Chiatri e di Torre del Lago, per le cui ristrutturazioni non solo sceglie il progettista, ma si occupa perfino dei materiali: è la prima manifestazione di quel “mal di calcinaccio” che in seguito avrà ulteriori sviluppi con le case all'Abetone, Orbetello e Viareggio.

Poi va a caccia, la sua passione dominante. E si diverte con le donne, altro suo noto passatempo: nei primi mesi del 1900 inizia la relazione con la misteriosa “Corinna”, che va avanti per quattro anni, minando per la prima volta il rapporto con Elvira Bonturi, la donna che per lui ha lasciato il marito e nel 1886 gli ha dato il figlio Antonio.

«Un rapporto passionale vissuto intensamente e con spirito goliardico – è il parere di Gabriella Biagi Ravenni -, dato che Puccini è incline ad esibire Corinna agli amici e ad usare stratagemmi quasi da adolescente per nascondere le proprie fughe».

Ma Puccini non dimentica mai la musica, nemmeno quando va a caccia, segue i lavori nelle ville o passa il tempo con l'amante. Anzi. Anche in quei momenti pensa alle opere in allestimento o a nuovi progetti, sempre “incontentabile”, in un intreccio continuo tra musica e vita.

Di tutto questo parla lo stesso Puccini nelle lettere, tanto che l'Epistolario – ordinato cronologicamente – è insieme biografia, quasi romanzo e diario di viaggio. Il maestro scrive a familiari, amici lucchesi, librettisti, editori, giornalisti, fotografi, amministratori locali, politici.

«Lo stile con cui si rivolge agli amici – sottolinea Biagi Ravenni – è il più vario e interessante: citazioni colte cozzano con la cronaca quotidiana, col linguaggio sboccato, con richieste spicciole e perfino con la bestemmia».

Fa uso di figure retoriche, crea giochi di parole e doppi sensi, adopera espressioni non di rado di difficilissima decifrazione, costruisce frasi o intere lettere surreali o costellate da nonsense, gioca con le lingue e si permette di fare osservazioni sull'ortografia.

E poi scrive in rima: un gioco intellettuale – informa Biagi Ravenni - che condivide soprattutto con Giulio e Tito Ricordi, i suoi editori, e nel quale si cimenta anche con Elvira, la sorella Ramelde e i cognati.

Proprio i familiari del compositore sono i più bersagliati con i soprannomi scherzosi: Giacomo ne inventa di continuo - non solo per loro - ricorrendo ad espressioni divertenti e fantasiose, attinte anche dall’inesauribile scrigno del vernacolo lucchese.

“Mignagnora” (in Lucchesia cosa piccola) e “Striminzito” - allusioni alla corporatura esile - è il cognato Raffaello Franceschini, marito di Ramelde. Per quest'ultima gioca con il nome, chiamandola di volta in volta “Ramarro”, “Rame”, “Ramengo”, “Ramaiolo”.

L'altro cognato Giuseppe Razzi – coniugato con Ida, la sorella di Elvira – è “Fraolina”; il fratello di Razzi, Gastone, è “Cioncio” in tante varianti.

Divertenti anche i nomignoli per le altre sorelle: “Nano” è Nitteti, “Tomina” è Tomaide e “Pasquina” è Ottilia. Indecifrabili, invece, quelli coniati per se stesso: tra questi “Doge”, “Sibilla” e “Pero”. Spietati i soprannomi per il compositore Ruggero Leoncavallo, prima amico e poi rivale: "Bisbestia", "Leon asino", "Leonbestia" e addirittura "Cleptomane". —

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