Gioco
Claudio Fiori, la musica nel sangue tra la Garfagnana e la Svizzera
L’artista di Piazza al Serchio ha partecipato nel 2000 al Festival di Sanremo, poi ha iniziato collaborazioni di lusso «Per molti il cantante è famoso solo se entra in certi circuiti. Ma sono tante le cose che si possono fare in questo campo»
il personaggio
flavia piccinni
Ci sono famiglie dove si respira arte o letteratura, altre ancora in cui la musica è la colonna (non solo sonora) di un lessico privato fatto di giri di chitarra e di assoli. È questo il caso di Claudio Fiori, balzato alle cronache una manciata di anni fa per la sua partecipazione a Sanremo e dunque eclissatosi. Leggo di lui in una vecchia cronaca, lo cerco su Facebook secondo lo spirito guida di questa rubrica, che vuole fotografare istanti cittadini – passati e presenti - attraverso le vite. Gli chiedo di raccontarsi e lui accetta di buon grado, cominciando appunto da quel nucleo d’origine che non è solo fatto di mamma e di papà, ma di paese.
Il paese in questione si chiama Piazza al Serchio: «Alta Garfagnana» precisa. «Tutti i miei familiari – mi spiega - sono stati in qualche modo legati alla musica. Mio padre cantava in un gruppo negli anni Sessanta, I Fantasy, i quali avevano anche un discreto successo all’epoca. Mia madre ha studiato pianoforte al conservatorio e quindi, sia mia sorella che io, siamo stati indotti verso un percorso musicale in parallelo a quello scolastico. Anche mio nonno Bruno, il padre di mamma, aveva una gran bella voce tenorile e raccontava sempre il suo amore per il bel canto. Di tutta la famiglia però, sono stato l’unico a proseguire in modo professionistico questo percorso musicale. Tutto ciò, anche grazie anche al sostegno del professore di musica della scuola media di Piazza al Serchio, Pietro Paolo Mannelli, che in tempi precoci ha notato in me delle doti».
L’incontro con la musica va a battesimo – come spesso accade in simili storie - nella parrocchia del paese. «A sei anni – prosegue Fiori - avevo già una parte da solista. Da li, alternando agli studi delle superiori, che non sono mai stati la mia passione, studi di pianoforte, lezioni di canto con svariate insegnanti e serate di pianobar, ho cominciato a fare tantissimi concorsi canori, provinciali, regionali e infine nazionali, ottenendo sempre ottimi risultati». Ed è così che arriva anche al più importante palcoscenico d’Italia, non senza soffrire. «Ci ho provato – confessa, mostrando una dedizione stoica alla musica - per quattro volte consecutive. Sin dall'età di 15 anni ho partecipato alle selezioni dell'Accademia di Sanremo. Nel '99, dopo aver vinto varie eliminatorie, sono stato selezionato per partecipare al Festival nel 2000. Inutile dire che sia un'esperienza che lascia il segno. C'è chi riesce ad emergere istantaneamente, chi non ce la fa o chi sfrutta quel momento per crearsi una professione, come ho fatto io».
Grazie a questa occasione, Fiori stringe infatti una collaborazione con produttori e autori del calibro di Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani, nomi storici del panorama musicale italiano e internazionale. «Purtroppo – prosegue – non penso che la mia carriera musicale sia realmente percepita nelle mie zone di origine. Per molte persone il cantante è importante solo se lo si vede o si ascolta in determinati circuiti. Fortunatamente, pur non essendo così famoso, riesco a vivere davvero bene grazie alla musica». Mi dice di essere orgoglioso di aver trasformato un sogno in realtà: «Vedi – mi spiega - il business della musica ha tante sfaccettature. Si può infatti guadagnare anche suonando per altri, facendo registrazioni in studio, scrivendo, componendo, arrangiando brani, suonando per feste private, nei club, prestando la propria voce per brani di altri, insegnando... Insomma, c'è una mole infinita di cose da poter fare. Basta avere le idee chiare, passione e voglia».
Caratteristiche che paiono abbondare in lui. Al momento sta infatti lavorando a tre progetti diversi: un disco di inediti, un progetto jazz in quartetto che abbraccia il repertorio di standard americani, e un disco di cover totalmente arrangiate pianoforte e voce. Gli domando che cosa cerchi nella musica, la sua e quella degli altri: «Nelle canzoni che ascolto oggi in radio o in tv cerco sempre l'emozione e purtroppo molto spesso non la trovo. La maggior parte delle volte si sentono sempre gli stessi brani in rotazione. Brani scelti dal sistema delle case discografiche. Canzoni che devono per forza funzionare fino a stancarti. Prodotti fatti apposta per far fare soldi a chi li ha prodotti. Questa condizione musicale mi disgusta, infatti cerco sempre stazioni radio che passino musica anche del passato e che non siano conformiste». Rispetto al sé, invece, ha meno certezze: «Nelle canzoni che scrivo personalmente tratto esclusivamente i sentimenti e in particolar modo l'amore. Non sono a mio agio nei temi politici». Adesso Fiori vive nella provincia di Napoli - nel piccolo paese di Pimonte, a cavallo tra la penisola Sorrentina e la Costiera Amalfitana –, mi spiega di amare «queste zone ricche di vitalità e passione per la musica. La penisola Sorrentina è stata infatti l’artefice della mia consacrazione artistica e lavorativa». In molti periodi dell'anno si esibisce in Svizzera («la mia terza dimora»), ma ha girato tutta Italia e mezzo mondo: Gran Bretagna, USA, Canada, Francia, Principato di Monaco, Austria, Ungheria, Russia. «La mia vita attuale – mi spiega - è basata con grande equilibrio sulla musica e la famiglia. Mia moglie Silvia, napoletana doc, ha una grande sensibilità artistica; mi segue e mi sostiene ormai da 10 anni e insieme abbiamo una bellissima figlia di 4 anni, Sophiemarie e un'altra in arrivo a luglio che si chiamerà Chloe». Prima di concludersi, la conversazione torna su Lucca. Fiori mi dice che è attratto dalla storia della città, rimpiange di non poterla vivere come vorrebbe, nota che «manca un poco di vita notturna». Mi spiega di partecipare al Summer Festival – dice di aver visto Stevie Wonder, Sir Elton John e che quest’anno andrà a vedere i Toto – e in qualche modo mi pare di intuire, ma è un pensiero fugace e senza certezza, che un giorno si immagina lì. Su quel palco, a suonare in quella che considera sempre la sua città. —
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