Gioco
La medaglia del Presidente ai figli del soldato che disse no
Cerimonia in prefettura: riconoscimento consegnato agli eredi di Luigi Biagi, militare che fu internato per aver rifiutato di combattere coi nazifascisti
Furono a tutti gli effetti dei resistenti, dei partigiani che impedirono alla guerra di prolungarsi ancora. E la loro arma fu una parola, brevissima: no. Così Nicola Barbato, dell’Istituto Storico della Resistenza, ha ricordato gli “Imi”, acronimo di Internato militare italiano. Soldati che dopo l’8 settembre furono imprigionati nei campi di lavoro tedeschi, in condizioni inumane. In molti non fecero ritorno, stroncati da fame, malattie ed esecuzioni sommarie. Eppure avevano una possibilità di sottrarsi a quelle sofferenze: sarebbe bastato accettare di combattere a fianco dei nazisti con l’esercito fascista della Rsi. Però oltre 600mila scelsero di usare quell’arma, e di dire no.
Tra loro anche il soldato Luigi Biagi, di Massarosa. Oggi Luigi non c’è più, ma quel gesto non è stato dimenticato e ieri, per le celebrazioni del Giorno della Memoria, il prefetto Maria Laura Simonetti, col sindaco di Massarosa Franco Mungai, ha consegnato la medaglia d’onore del Presidente della Repubblica ai figli, Gianfranco e Lorena. Una cerimonia con un curioso, ma significativo, fuori programma: ritirato il riconoscimento i figli del militare sono tornati a posto, accanto a due giovani. Vedendoli il prefetto ha chiesto informazioni, e scoprendo che si trattava dei nipoti del militare, ha voluto far ripetere la cerimonia: «Questo momento – ha detto il prefetto rivolgendosi ai nipoti Simone e Matteo – è soprattutto per voi giovani». È stato un momento di commozione, ma non l’unico della giornata organizzata in prefettura, alla presenza anche di numerosi ragazzi del liceo Passaglia (protagonisti della cerimoni) accompagnati dalla dirigente Donatella Buonriposi, oltre alle diverse autorità. Ad aprire l’incontro era stato lo stesso prefetto Simonetti, ricordando quanto il tema della discriminazione, quello che portò all’orrore dell’Olocausto, non sia da considerare un capitolo chiuso della storia: «La tentazione di considerare alcuni cittadini un po’ meno cittadini di altri c’è ancora».
Quindi il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini ha ripercorso quel periodo storico, ricordando le leggi razziali del 1938 e l’assurdità per un Paese come il nostro – crocevia del passaggio di tanti popoli per la sua posizione geografica – del concetto di “pura razza italiana”.Il sindaco ha poi citando il riemergere dal quel periodo oscuro del folle libello (un falso di epoca zarista), dei Protocolli dei savi di Sion. Quindi il saluto del consigliere provinciale Lucio Pagliaro, che ha messo in guardia dal considerare la pace della nostra generazione come un qualcosa di ormai assodato. Poi la toccante testimonianza di Clara Wachsberger, rappresentante della comunità ebraica di Pisa, Lucca e Viareggio. Figlia di due sopravvissuti ai lager, ha citato, in un discorso interrotto dalla commozione, una frase di suo padre: «La prima ricchezza dell’Italia sono i suoi cittadini». Perché sì, vi furono anche dei carnefici, ma gli italiani, nel loro sentire comune, erano diversi nel loro rapporto con gli ebrei. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
