Il Tirreno

Lucca

treno della memoria  

Ilaria Giovannetti racconta il viaggio nell’orrore di Auschwitz

Nicola Bellanova
Ilaria Giovannetti racconta il viaggio nell’orrore di Auschwitz

La consigliera regionale ha preso parte alla visita  assieme a studenti, insegnanti e testimoni dei fatti

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Sono passati diciotto anni da quando, nel 2002, la Regione Toscana, allora pioniera, decise di portare in Polonia gli studenti delle scuole superiori e dell’Università, per ascoltare dai sopravvissuti e per vedere di persona gli orrori della Shoah. Quest’anno, sull’undicesimo Treno della memoria toscano, è salita anche la consigliera regionale del Pd Ilaria Giovannetti, assieme a altri colleghi in rappresentanza del consiglio regionale, nonché a 555 studenti delle scuole superiori, 60 studenti universitari, 60 docenti, altri rappresentanti istituzionali e componenti di associazioni. Con loro, alcuni compagni di viaggio d’eccezione: Andra e Tatiana Bucci, sorelle scampate a Birkenau, Silvia Rusich, figlia del deportato e esule istriano Sergio Rusich, Vera Vigevani Jarach, che ha raggiunto il gruppo a Cracovia, protagonista di una doppia storia di dolore, esule ebrea per le leggi razziali in Argentina e madre di una desaparecida durante la dittatura di Videla.

Un viaggio che ha segnato Giovannetti, rappresentante della valle del Serchio: «Ho voluto fare quest’esperienza sapendo che sarebbe stata intensa e difficile, ma ritenendola fondamentale per la mia giovane età e per la mia formazione umana, politica, personale. Lunedì abbiamo raggiunto la stazione di Oswiecim, più nota come Auschwitz, per poi spostarci al campo di concentramento di Birkenau, conosciuto come Auschwitz II. Qui il freddo ti entra nelle ossa. Ma non sono le temperature rigide a mettere i brividi. Sono quei muri, quei fili spinati. L’arrivo qui era uno spartiacque. Bastava scendere dal treno e zoppicare per essere mandati verso “la doccia”. Un attimo, uno sguardo e poi la morte. Tutto diventava numero, come quelli ancora tatuati sulla pelle di Andra e Tatiana. Martedì è stata la volta del campo e del museo di Auschwitz I. Un raggio di sole ha reso la visita meno impegnativa fisicamente ma non ha potuto attenuare in nessun modo le sensazioni atroci e incredibili che ci porteremo dentro per tutta la vita. “Arbeit Mecht Frei”, la scritta che troneggia all’ingresso, l’abbiamo vista un’infinità di volte. Ma da vicino è un’altra cosa. Da vicino capisci la bieca macchinazione nazista, l’orrido meccanismo di morte. A Auschwitz c’è tutto ciò che è stato ritrovato e non è stato distrutto. Capelli, ciottoli, stoviglie, scarpe, valigie, che molto spesso riportavano nomi, cognomi, date di nascita. I deportati venivano spogliati di tutto. Diventavano cavie da laboratorio, perdevano ogni traccia di umanità. Ebrei ma anche zingari, omosessuali. Ogni tipo di diversità doveva essere estirpata, come un’erbaccia. David Olère era uno di loro. È sopravvissuto due anni ad Auschwitz, dal 1943 al 1945, e poi alcuni mesi tra Mauthausen ed Ebensee prima di essere liberato il 6 maggio 1945. All’interno del campo c’è una mostra temporanea coi suoi dipinti, che raccontano tutte le atrocità che i prigionieri vivevano giorno dopo giorno. Al cinema Kijow di Cracovia abbiamo ascoltato racconti e video-testimonianze dei sopravvissuti».

Quindi la tappa a Cracovia, all’antico ghetto e nell’auditorium maximum dell’Università Jagellonica: «Abbiamo preso parte a un grande evento con il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, per condividere un grande sogno, un treno europeo della memoria. Come diceva Primo Levi “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. È necessario ascoltare, andare in questi luoghi, tramandare il dramma della Shoah, soprattutto ora che passano gli anni, che i ricordi si fanno più rarefatti, che tutto sembra lontano. E invece no, è tutto ancora tremendamente vicino, perché ciò che è stato non si cancella. La memoria deve essere un vaccino contro ogni forma di discriminazione, in tempi bui in cui troppo spesso una politica sprovveduta cavalca l’insofferenza e le paure dei cittadini alimentando una spirale d’odio dannosa, che dobbiamo fermare. Sta a noi farlo». —

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