Gioco
Dalle strisce dei Peanuts alla scrittura: quando il racconto nasce... a letto
Il percorso di Stefano Tofani: originario di Cascina ha studiato al liceo artistico e ora lavora al Comune di Lucca Il suo primo lavoro è stato scritto quando era immobilizzato per un infortunio: «Da lì non mi sono più fermato»
il personaggio
flavia piccinni
«Ho amato i libri fin da quando ho imparato a leggere. Ho iniziato dai fumetti: prima le strisce dei vari Peanuts, Mafalda, Sturmtruppen, Lupo Alberto, poi le storie vere e proprie come gli albi di Asterix. Passai ai romanzi quando frequentavo la scuola media. Il primo, Viaggio al centro della Terra di Verne, mi dette una specie di scossa, fu una rivelazione: mi fece scoprire la meraviglia di perdersi completamente dentro un libro, dentro le parole. La possibilità di vivere un’avventura leggendo». Parla così Stefano Tofani, la barba di un paio di giorni, la pelle olivastra, un accento toscano che attinge da diverse radici. È un uomo sorridente, modesto e gentile.
Si è laureato in Conservazione dei Beni Culturali all’Università di Pisa e lavora al Comune di Lucca, all’Urp per la precisione, dove si occupa del sito internet. Trascorre le sue giornate nel cuore della città anche se è nato altrove. «Per la precisione – aggiunge – in provincia di Pisa, a Cascina. Ma abito a Lucca da circa quindici anni». Mi racconta di avere una compagna, due figlie di sei e nove anni, un gatto. «Ho frequentato – prosegue – il glorioso Liceo Artistico Statale di Lucca. Dopo la laurea ho conseguito il Master in Multimedia Content Design alla Rai di Firenze, quindi, dopo varie esperienze, ho cominciato a lavorare al Comune di Lucca facendo la lunga trafila del precariato. In tutto questo tempo ho scritto, continuamente, togliendo tempo al sonno, alla famiglia. Ho pubblicato i primi racconti nel 2004 e in seguito ho vinto alcuni premi che mi hanno dato fiducia».
Il primo romanzo che firma è “L’ombelico di Adamo” (Giulio Perrone Editore) cui segue “Fiori a rovescio”, edito da Nutrimenti una manciata di mesi fa che verrà presentato nel corso del Premio dei Lettori all’Agorà mercoledì 23 gennaio alle 17. 30. In realtà, però, la storia che lega Tofani alla scrittura è alquanto interessante: costretto a letto per un mese a causa di un infortunio, scrive il suo primo racconto e da allora non smette più. Sotto lo pseudonimo di Stof pubblica così diversi lavori nella rivista “Toilet” di 80144 Edizioni per poi approdare al romanzo; non mancano i premi come il Premio Città di Capannori 2016 e il Premio FantasticHandicap del Centro Documentazione Handicap Carrara nel 2008 e nel 2017.
Gli chiedo di parlarmi del suo ultimo romanzo, che racconta la storia di Enrico Toccafondi, tetraplegico sin dalla nascita, che vive nel paesino toscano di Cuzzole. Lui è titubante ma schietto: «È sempre difficile dire da dove nasce un libro, capire perché si scrive una storia, quella storia, tra le innumerevoli possibili. Nel caso di “Fiori a rovescio” è stata la storia stessa a farsi viva, a chiamarmi, prima sotto forma di un personaggio, poi di un’intera famiglia. A posteriori ho pensato che c’era dietro il desiderio inconscio di dare ordine al passato e di provare a capire il futuro. Il romanzo è sì la storia di una famiglia, ma racconta anche com’è cambiata l’Italia dal 1980 a oggi, com’è cambiata la società, il nostro modo di vivere. È una sorta di affresco coi fatti di cronaca, le canzoni e i telefilm che abbraccia tutto il periodo in cui ho vissuto». Lentamente, Tofani si mostra: «C’era poi anche, sotterranea, la voglia di indagare l’animo umano: gli affetti, i sentimenti, le emozioni. Quello che tutti gli uomini, in ogni tempo e ad ogni latitudine, hanno provato, provano, proveranno».
Alla scrittura, schietto, ammette di chiedere molte cose: «Deve essermi rifugio, soprattutto, un modo per stare con me stesso e “ricapitolarmi”, come diceva Tondelli. È poi un modo per sfogare la mia creatività, ed è un modo per vivere altre vite. Scrivere a volte è faticoso ma è sempre appagante. Mi piace, mi diverte. Scriverei anche se non pubblicassi. Citando Virginia Woolf: “Scrivere è il piacere profondo, essere letti quello superficiale”. Infine la scrittura è cura e sfogo: in una storia spesso, senza che sul momento me ne accorga, ci vanno a finire anche i miei traumi, le mie ansie. Metterli sulla carta li attutisce». Anche come lettore ha alte pretese: «La prima cosa che guardo è la forma, lo stile: un libro deve essere scritto bene, in modo non scolastico. Mi piace la prosa che si fa poesia e sorprende, devia dal sentiero consueto. Mi piace la prosa viva, che sembra saltare fuori dalla pagina. La musica che nasce da una frase. Poi una storia deve anche emozionare, far piangere, far ridere. Trasportarmi altrove. E possibilmente far pensare, anzi: illuminare».
Per il futuro, pensa a un libro per ragazzi. «L’ho scritto tempo fa, e l’ho rivisto da poco. Poi ho una mezza storia in testa, un giallo, ma non mi chiama ancora con forza sufficiente. È ancora troppo debole, indistinta, per poter essere scritta». Per una coincidenza strana (ma non troppo), legato ai gialli è uno dei suoi primi ricordi da bambino: «On camera dei miei genitori, sul comodino di mio padre c’era sempre un libro di poesie e un giallo». Quando parliamo di Lucca, inclina la testa: «Poiché sono un lucchese d’adozione, non posso rimproverare nulla a Lucca, anche perché ho scelto io di abitare qua e lei non mi ha respinto. Ci sto benissimo e in un’altra città non mi ci vedo. Credo poi che sia ancora una città vivibile e tranquilla, a differenza di molte altre. Certo, un’offerta culturale più ampia e variegata non guasterebbe».
Di Lucca ama molte cose ( «le Mura, la cecina, andare in bicicletta, certe stradine strette, l’aperitivo in centro a primavera»), eppure non lo ha mai ispirato. Almeno per adesso: «Ho ambientato i miei due romanzi in un immaginario paese di provincia, che ho battezzato Cùzzole. Un microcosmo ben definito, dai contorni netti, e che conosco bene, avendo abitato a lungo in un paese simile. Lucca per il momento non mi ispira: sarà che è troppo bella e la bellezza mi inibisce un po’. Sarà che ancora, semplicemente, non la sento mia e non riesco a scriverne». Chissà, in futuro. —
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