Il Tirreno

Lucca

il gruppo micologico Danesi 

L’appello: «Recuperare il nostro tesoro verde per migliorare l’ambiente»

L’appello: «Recuperare il nostro tesoro verde per migliorare l’ambiente»

L’associazione naturalistica ricorda come sia cambiato il panorama della Piana  soprattutto per l’agricoltura oggi molti campi sono brulli

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LUCCA. Gli alberi: lungo le strade sono un problema, però, proprio là dove invece non disturberebbero ma, anzi, svolgerebbero una preziosissima funzione di purificazione dell’aria (e i dati dello smog fanno capire quanto ce ne sarebbe bisogno) non ci sono. E non è solo colpa dell’edificazione. No, vi sono campi e campi inutilizzati che non presentano nemmeno una pianta, uno scenario ben diverso da quello descritto da Antonio Mazzarosa nel suo trattato “Le pratiche della campagna lucchese”, scritto a met ’800, parlando della Piana di Lucca: «L’aspetto della vallata delle sei miglia è dei più belli che possa mai dirsi, per ordine e ricchezza di vegetazione. Al vedere dall’alto questa pianura sembra un bosco di delizia».

Sulla questione interviene con una riflessione il Gruppo Micologico Danesi: «È impensabile che trascorsi quasi due secoli la campagna intorno alla città sarebbe rimasta come la descriveva il Mazzarosa. Però nelle aree a destinazione agricola, salvate dall’urbanizzazione e fino agli inizi del 2000, si potevano ancora vedere alcuni esempi degli antichi impianti. Da quel periodo quei cardini storici di pratiche agricole sono stati completamente cancellati. Non per nuove strade o case, ma perché la coltura promiscua, per produrre a costi competitivi, ha dovuto cedere alla coltura specializzata. Era inevitabile, quindi, che la piana “agricola” diventasse anonima piatta e desolata, perché ha perso completamente l’aspetto gradevole dovuto al confronto intelligente e primordiale tra l’uomo e la terra, che aveva disegnato nei secoli uno scenario non solo ameno, ma anche salutare per l’importanza degli alberi nell’ecosistema. Il guadagno e la tecnologia hanno obbligato a modificare tutti i moduli di sfruttamento della terra. I pochi antichi filari e siepi rimasti ombreggiavano, e il raccolto sarebbe stato “inferiore”, allora non restava che eliminarli. Le pioppete sono state abbattute e non più ripiantate, salvo rare eccezioni. Le fosse di scolo ostacolavano la manovra delle macchine e sono state colmate».

«Le “colpe” – continua il gruppo – sono di tutti: dei proprietari; delle persone che vivono nelle frazioni interessate; delle associazioni naturalistiche e ambientalistiche, la nostra per prima, che magari si sono indignate per qualche particolare come un boschetto da abbattere per la costruzione di una nuova strada, ma hanno perso di vista il problema generale; delle amministrazioni pubbliche, che non hanno fatto assolutamente nulla per mantenere il verde reale degli alberi “consentendo” che esso fosse ineluttabilmente sostituito da quello virtuale delle coltivazioni, e nel contempo perdendo l’attenzione per la salubrità e l’estetica dei luoghi che sono beni e diritti dell’intera comunità. Con un ravvedimento operoso si potrebbe tentare un moto di difesa, e dove ancora possibile, di recupero del patrimonio arboreo autoctono della Piana, che sarebbe anche un infinitesimo ma esemplare contributo per combattere il riscaldamento climatico. Sebbene un tentativo di ricostruzione di un salutare e ameno paesaggio rurale arborato oggi possa sembrare un’iniziativa “debole” rispetto alla pressione delle colture agricole specializzate».

Da qui l’appello dell’associazione micologica (micoponte@micoponte.it), per aprire un dibattito sul tema. —



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