La protesta
Il senzatetto che bussa alla porta di casa e quella bugia detta a Babbo Natale
La storia di un tema chiesto dalle suore delle Dorotee: “Il 24 dicembre un barbone picchia alla porta di casa. Cosa fai?” «Scrissi che anche se diceva di essere inoffensivo, gli avrei chiuso la porta in faccia. E questo piacque alla maestra»
IL RACCONTO
flavia piccinni
«Suora Armida, ecco il mio tema». Allungo il foglio verso di lei. Lei mi guarda, ha dei grandi occhi scuri e i capelli a caschetto, sempre spettinati, con una frangetta che le arriva fino alle sopracciglia. Non porta gioielli, solo una catenina con una grossa croce d’oro giallo.
«Sei sicura di aver finito? Guarda che hai ancora mezz’ora di tempo». Annuisco. Sono sempre stata la prima della classe in italiano. Il primo giorno di scuola, quando la suora scrisse una frase alla lavagna – “Benvenuti bambini in prima A” – e disse che un giorno avremmo saputo leggerla, alzai la mano: «Io già so farlo» spiegai. Lessi la frase, correggendo la suora perché “prima” sarebbe stato più giusto scriverlo in caratteri romani. Divenni la bambina preferita dagli insegnanti, e la più odiata della classe prima, della scuola poi. Avevo iniziato a leggere e scrivere a tre anni. Mia madre ogni giorno mi mandava dalla signorina Lazzi – una maestra d’altri tempi, che a suon di bacchettate e ceci sotto le ginocchia aveva insegnato a tutta Lucca cosa fosse la cultura – e la signorina Lazzi a suon di ceffoni, tirate di capelli e pugni mi aveva insegnato tutto quello che sapevo, e che ancora so. Ogni giorno però, con un sorprendente spirito di opposizione che oggi definirei di sopravvivenza, mi rifiutavo di andare dalla signorina Lazzi; ogni giorno lei mi veniva a prendere al portone e a suon di spinte mi faceva sedere alla scrivania, mi obbligava a leggere Pinocchio e a scrivere il mio nome prima, dunque i pensierini e infine i temi per almeno quattro ore. Tutti i pomeriggi.
Le domeniche, a casa di nonna Maria o di nonna Lina mi issavano su una sedia a fatica – perché, ancora una volta, mi rifiutavo con tutte le energie che avevo – e leggevo la poesia scritta nel corso della settimana per quella sterminata famiglia che era la mia, e che non riconoscevo (come, d’altronde, non riconosco ancora oggi).
«Allora, se sei sicura, lo leggo subito» aggiunse la suora, sorridendo; aveva un dente dorato sull’arcata superiore, a sinistra. A volte quando parlava mi incantavo a guardarlo, e pensavo che quando sarebbe morta glielo avrebbero cavato e venduto; almeno così mi aveva detto zio Mario che si faceva durante la guerra.
«Grazie» risposi, e tornai al posto. La suora prese in mano il foglio protocollo dalle righe grosse dove, con la mia penna stilografica rosa, avevo svolto il tema: è il 24 dicembre, un barbone suona alla porta di casa, cosa fai? È la notte della vigilia di Natale. Siamo tutti seduti a tavola, e mangiamo le cose buone che hanno preparato le nonne e le zie. Ci sono i tortelli al ragù che hanno fatto appositamente per me, perché sanno che mi piacciono e che se non le fanno mi arrabbio e nessuno a casa vuole farmi arrabbiare perché dicono tutti che ho dei poteri magici. Io non ci credo di avere dei poteri magici, ma tutti in casa mia lo pensano e a me fa comodo perché così fanno sempre quello che voglio.
A un certo punto, proprio mentre la nonna porta a tavola la teglia con i cannelloni, suona la porta. Guardo l’orologio e subito vedo che è troppo presto perché sia Babbo Natale. A casa mia Babbo Natale è sempre arrivato a mezzanotte precisa: non un minuto di più, non uno di meno. Mia madre mi dice di andare ad aprire, e così faccio. Attraverso la cucina, intravedo un tavolino zeppo di dolci: ci sono le cartellate fritte e inzeppate nel miele, il pesce di pasta reale che hanno mandato da Lecce dei pazienti di papà, i frutti di pasta di mandorle che vengono dalla Sicilia, poi un panettone con il cioccolato, un panettone con i canditi, un pandoro e un paio di crostate che neanche degno di uno sguardo perché quelle le ha fatte zia Titti che non sa fare i dolci; c’è anche una grande coppa con della frutta, e un’altra coppa ancora piena di frutta secca: noci, nocciole, mandorle, mandorle brasiliane, arachidi e chissà cosa ancora.
Attraverso il soggiorno e poi arrivo nell’ingresso. “Chi è?”, domando. Nessuno risponde. “Chi è?”, insisto. Nessuno risponde ancora. Allora apro piano la porta e mi trovo davanti un uomo che non conosco, tutto sporco e vestito male. Non può essere di sicuro Babbo Natale. «Mi scusi ma lei chi è?». Lui si rattrappisce nelle spalle, sembra quasi che si vergogni. «Sono un barbone, non ho dimora né cibo. E allora ho pensato, vedendo le luci accese, di venire a suonare per chiedere soltanto per la notte di Natale un aiuto e una cena in compagnia». Lo guardo e mi sembra una bugia. Cerco di vedere se c’è una telecamera nascosta. Magari siamo su Scherzi a Parte. «Ma sta dicendo sul serio?», indago. Lui annuisce speranzoso. Allora gli sorrido e… gli sbatto la porta in faccia! Le cronache sono piene di persone che suonano a casa di sconosciuti, chiedono di entrare e poi sterminano tutti. Mica posso far entrare un estraneo solo perché è la notte di Natale.
Poi torno di là, dico ai parenti che non era nessuno, solo un barbone, e passo la serata allegramente: mangio a crepapelle, recito la poesia e a mezzanotte in punto faccio la sfilata al buio per tutta la casa con in mano il Bambinello che a mezzanotte precisa nascerà. Quando arriva Babbo Natale e mi chiede se sono stata brava, gli dico di sì. Anzi, gli dico che sono stata una santa. Ho salvato la mia famiglia da un malvivente che ci voleva uccidere tutti travestito da barbone!
Appena la suora finisce di leggere, alza lo sguardo dal foglio e prende la penna rossa. Il suo volto è indecifrabile. Non l’ho mai vista così; ha un leggero rossore sulle guance che non le avevo mai visto prima. «Suora ma non le piace?», domando. Lei scuote la testa: «È il tema più bello e più sincero che abbia mai letto. Ti hanno cresciuto proprio bene! È un prodigio vero che tu lo abbia scritto a soli sette anni. Ti meriti bravissima AAA+++ e che venga letto in tutte le classi». Ed è così che venne fatto. Accadeva nell’anno 1992 all’Istituto Suora Santa Dorotea, via del Giardino Botanico 19, Lucca. —
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