Gioco
Bpm, c’è un forte rischio di sciopero
Il gruppo vuole cedere il servizio recupero crediti e il personale impiegato. Il sindacato: «Vogliamo tutele per i lavoratori»
LUCCA. Alla fine potrebbe sfociare in uno sciopero la protesta dei dipendenti di Banco Bpm (in cui è confluita la Cassa di Risparmio di Lucca) per via delle intenzioni del gruppo bancario, sempre più radicate, di cedere un ramo d’azienda, quello del recupero crediti, a una società di nuova costituzione nella quale Bpm avrebbe una quota ma non maggioritaria. I posti a rischio in provincia di Lucca sono quindici, sui diciassette che risultano in tutta la Toscana. Il numero sale in modo esponenziale se la questione si pone sul piano nazionale: sono coinvolti direttamente fra duecento e duecentocinquanta addetti del gruppo Bpm.
«Abbiamo attivato la procedura di legge - spiega il sindacalista della Fisac Cgil Andrea Monti -: prima tentiamo la conciliazione, come previsto. Giovedì 13 dicembre noi e l’azienda siamo convocati all’Abi (associazione bancaria italiana, ndr) per questo». Se non si raggiungerà alcuna conciliazione, allora sarà sciopero, anche se la data rimane al momento da definire.
Il 30 novembre scorso durante una riunione del consiglio d’amministrazione nella sede centrale di Milano (mentre fuori dalla sede, in piazza Meda si svolgeva il presidio di protesta dei lavoratori), Bpm ha dato il via libera all’esternalizzazione del servizio di recupero crediti tramite la creazione di una new.co, una nuova società in cui dovrebbe avere - ma si tratta in questo caso di un’informazione ufficiosa - una partecipazione minoritaria.
Da vedere ancora, però, quale sarà la decisione sui dipendenti interessati, quelli che svolgono il servizio di recupero credito.
Se con questa operazione i dipendenti coinvolti dovessero passare da Bpm al nuovo soggetto societario, i sindacati, così spiega Monti, «lotteranno perché questi lavoratori siano tutelati. Ovviamente noi siamo contrari a un passaggio del genere. Ma nel caso dovesse accadere, noi chiederemo tutela e garanzia per i dipendenti. Come fece a suo tempo Banca Intesa quando esternalizzò il recupero crediti: diede una una garanzia di quindici anni, un tempo durante il quale, se la società a cui i suoi addetti erano passati avesse avuto problemi, questi ultimi sarebbero tornati al gruppo bancario di provenienza. Questa è un’ipotesi, che comunque ci auguriamo non accada per il nostro gruppo».
«Molto meglio sarebbe - aggiunge sempre Monti - se Bpm cedesse il portafoglio crediti e non il personale. In questo caso la manodopera necessaria passerebbe alla nuova società solo in distacco da Bpm, per poi tornarci una volta esaurito il compito. Anche perché, lo sappiamo bene tutti, il recupero insoluti ha un tempo a scadenza». Sono gli ultimi giorni per capire quale sarà l’epilogo di questa vicenda. Determinante, è evidente, sarà il risultato del confronto programmato all’Abi. —
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