Il Tirreno

Lucca

Mariapia, la prof amica di Paolo Poli che ama la città vivendola da straniera

flavia piccinni
Mariapia, la prof amica di Paolo Poli che ama la città vivendola da straniera

La nascita “casuale” a Bergamo, poi il liceo classico “da svogliata” a Torino il «periodo bellissimo dell’Università» Un amore sfrenato per il teatro e il lavoro per il libro che raccoglie libretti di sala e lettere del grande attore

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IL PERSONAGGIO

flavia piccinni

Ci sono amicizie che nascono così, all’improvviso, e durano per sempre. Una di queste è quella che lega Mariapia Frigerio – una signora dai capelli molto spettinati e dallo sguardo vigile e gentile, anelli antichi alle dita senza smalto, gonne sempre lunghe e cappotti dai colori dell’autunno – al camaleonte per eccellenza del teatro italiano: Paolo Poli, funambolo della rivisitazione artistica di classici letterari, abile ballerino e giocoliere di canzoni.

«Avevamo un rapporto strettissimo», mi racconta Frigerio, che ha poco ha pubblicato “Il teatro della leggerezza” con Marietti 1820, delizioso e agile volume che mette insieme le parole di Poli (da leggere tassativamente “Femminilità!!!”) alla bella prefazione della medesima Frigerio, che ne ricorda la vita, l’arte e i legami d’amicizia con nomi che hanno fatto la nostra storia. «Amavo la sua cultura, amavo vedere con i suoi occhi certe opere d’arte, certi film, leggere certi libri, amavo il suo anticonformismo. Credo proprio di avere imparato più da lui che in tutto il mio percorso di studi. Ho guardato a lui come a un maestro e a un amico. L’amico con cui condividere anche il più piccolo moto dell’animo. Potrei dire di lui quello che lui diceva di me: la persona a cui parlare col cuore in mano».

E di parola in parola, di anno in anno, si formano e s’addensano i ricordi: «Di lui ne ho tantissimi. I suoi libri, i suoi dischi, i suoi nastri, i suoi cd, le riprese dei suoi spettacoli in Vhs, poi in Dvd, le sue locandine. Foto pubbliche e private. Lettere. I suoi libretti di sala. E su questi è intervenuta Daniela Marcheschi, suggerendomi di rimettere ordine in quegli scritti che altrimenti avrebbero potuto avere la triste sorte dell’oblio. L’idea è stata proprio sua. Io, ovviamente, l’ho condivisa con gioia».

Le chiedo del suo amore per il teatro, e Frigerio si illumina: mi parla di «amore totale, fedele e incondizionato»; racconta degli spettacoli visti negli anni Settanta («parlavano di crisi, ma non lo era affatto»), dice di Carmelo Bene e di quel mordente che forse adesso si è perso. Le domando del teatro a Lucca: «È un teatro digestivo, sicuro, da vendere. Teatro con attori televisivi o teatro nato da film di successo. Se c’è una differenza tra una piccola città come Lucca e città più grandi come Milano, Roma o, all’estero, Parigi è che in queste ultime, il maggior numero di teatri dà ancora la possibilità di trovare spettacoli per veri estimatori. Tuttavia, in questi ultimi anni, proprio a Lucca ho avuto modo di assistere a spettacoli degni di menzione. Senza dimenticare Il Teatro del Carretto che ha un respiro internazionale».

Le domando qualcosa su di lei. È curioso scoprire chi sia questa lucchese d’adozione che va spesso in bicicletta per le strade della città, che odia l’ombrello, non si trucca il viso e ha intorno quell’allure discreta e scapigliata di una certa refrattaria borghesia nordica. «Casualmente sono nata a Bergamo. Ho vissuto a Milano e a Torino, dove mio padre, ingegnere, si era trasferito per motivi di lavoro. Avendo però nonni e parenti vari a Milano, facevo spesso avanti indietro tra le due città. Ho quattro fratelli che mi hanno, in senso affettivo, molto viziata. Lo stesso non posso dire dei miei genitori, severissimi. La nostra era una famiglia molto affiatata e ospitale. Una famiglia dove predominavano elementi maschili, ma in cui le uniche donne, mia madre ed io, erano tenute in grande considerazione. Ancora oggi sono legatissima ai miei fratelli e la Versilia, dove da una vita trascorriamo le nostre vacanze, continua a essere il nostro luogo d’incontro». Frigerio frequenta il classico al D’Azeglio di Torino, «ma senza grande entusiasmo, da allieva mediocre. Era una tradizione di famiglia, una scelta quasi obbligata. L’amore per la cultura l’avevo, però, già succhiato con il latte di mia madre che, a tavola, ci recitava indistintamente Rilke o Dante e, forse, non avrei avuto bisogno di affaticarmi tanto in quei cinque anni di liceo. Il mio vero sogno sarebbe stato, invece, far teatro, ma certi desideri, quando si proviene da famiglie rigorose, si annegano prima di poterli esprimere». All’Università sceglie così Lettere, inaugurando un «periodo bellissimo. L’affrancamento dalla condivisione quotidiana con persone non scelte da me! Lì, nelle aule di Palazzo Nuovo, ho provato un senso di vera e propria libertà. E mi sono dedicata ai miei veri amori: la storia del teatro, dell’arte, della letteratura, del cinema».

Dopo gli studi, il matrimonio, i figli e l’insegnamento ancora praticato («ricordo ancora la paura di entrare in classe, un vero terrore»); infine: «la scoperta che amo i miei alunni. Tutti e nonostante tutto. Sono una scoperta quotidiana». Frigerio dice anche altro, perché è una persona schietta e molto poco lucchese – se lucchese vuol dire educata e borghese e conformista, tradizione e condizione d’animo che amiamo tanto nella nostra città. Me la ricordo ancora ai tempi del liceo, quando fu per sua sventura mia professoressa per l’ultimo anno: era stranamente moderna in quel parco anziani che era quindici anni fa il Machiavelli, sedeva sui banchi, ascoltava, si infervorava e raccontava con l’atteggiamento e lo sguardo di cosa sono fatte le passioni. «Effettivamente vivo a Lucca da “straniera” e questo è il suo bello. Pirandellianamente mi sono sempre sentita “forestiere della vita”, quindi anche di Lucca. Mi piace la bellezza della città. Una bellezza dalle mille sfaccettature. A volte mi rendo conto del privilegio di potersi muovere in bicicletta, il mattino presto, vedendola con la luce degli ultimi lampioni accesi o poter riconoscere absidi e campanili celati da una lieve nebbiolina o vedere riflessi, sui sanpietrini bagnati dalla pioggia, le sue torri e i suoi palazzi o, ancora, seguire il trascorrere delle stagioni sulle mura. Mi piace soprattutto di primissimo mattino o all’imbrunire, quando la si può assaporare in solitudine. Eppure…». Eppure? «Quando ero giovane le rimproveravo molte cose, ma ora, che sono vecchia, mi sembra di averle tutte dimenticate». —

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