Gioco
L’ex bimbo di Sant’Angelo che ci fa riscoprire il genio dimenticato di DomenicoMartinelli
il personaggioflavia piccinniCi sono storie che rimangono incastonate nel tempo, comprese fra una lastra di marmo e un disegno per centinaia e centinaia di anni. Aspettano che qualcuno le ritrovi, e...
il personaggio
flavia piccinni
Ci sono storie che rimangono incastonate nel tempo, comprese fra una lastra di marmo e un disegno per centinaia e centinaia di anni. Aspettano che qualcuno le ritrovi, e che si occupi di cancellare quello strato di polvere – una polvere di secoli, che si accumula per ammantare ogni cosa – rivelando quello che è stato. A volte basta guardare le cose con attenzione, in altre situazioni è necessario invece avere del tempo per cercare fra i libri e dentro i luoghi.
La storia dell’architetto lucchese don Domenico Martinelli – i cui trecento anni dalla morte saranno festeggiati in pompa magna 11 e 12 settembre, presso la Biblioteca Statale, nel convegno di studi a lui dedicato e alla presenza di studiosi di mezzo mondo – è anche quella di un bambino di Sant’Angelo in Campo, che la domenica andava a messa e guardava l’altare che si trovava davanti. Lo guardava e ogni volta pensava: «Ma come mai una chiesa così piccola, una chiesa di paese, ha un altare così sontuoso?».
Quel bambino ha continuato a chiederselo per anni, poi un giorno nella chiesa di San Michele ha visto qualcosa di simile.«“L’occhio – mi spiega - mi andò sul transetto sinistro di San Michele in foro. Lo riconobbi subito: era il gemello di quello che studiavo da piccolo».
Nacque così una giostra di libri e di letture, le testimonianze dei vecchi si incrociarono con quelle dell’arte, e tutto portò a Massa, portò di nuovo a Lucca, dunque a un libro (“Capolavori in viaggio” edito da Maria Pacini Fazzi) e infine a un sogno. Questo sogno, che è ricordare un nome scomparso dagli annali e dalle attenzioni, me lo racconta proprio quel bambino che oggi è adulto, indossa una camicia di lino azzurra e due spessi occhiali neri, che nascondono appena iridi nocciola con pagliuzze dorate.
Quest’uomo che mi guarda seduto dall’altra parte del tavolino in piazza Napoleone, si chiama Oriano Landucci, ed è noto ai lucchesi per il suo ruolo di presidente della Fondazione Banca del Monte di Lucca, meno – almeno per adesso – per la sua straordinaria passione per la storia, in particolare quella lucchese. «Xominciamo dall’inizio, va bene?» mi chiede. E poi, in una pioggia incandescente di entusiasmo: «Don Domenico Martinelli nacque nel 1650 a Lucca. Fin da piccolo era appassionato di disegno e di matematica. Aveva preso questa passione da suo padre Paolino Martinelli, che era agrimensore a Lucca, quello che oggi definiremmo un geometra. La famiglia, composta oltre ai genitori da quattro fratelli e due sorelle, viveva in piazza Cittadella. Domenico rimase orfano quando aveva dieci anni, e nel 1673 si fece prete, ma coltivò sempre le sue due passioni. Apprezzando le sue doti, i canonici gli domandarono di fare un martilogio, che sarebbe un termine lucchese per indicare un terrilogio. Gli chiesero dunque di fare una serie di disegni per riportare le mappature delle proprietà della chiesa. Martinelli ci lavorò quasi per tre anni. Dopo, i disegni furono messi in un grande libro e vennero presentati alla curia. Non si sa come andò, ma le cronache ci ricordano che fu apprezzato. Eppure, non abbastanza. Martinelli non si sentì gratificato. Non era una questione economica, ma di prestigio. E così…».
Landucci si ferma. Si sistema gli occhiali sul naso. Pare raccontare una favola, invece si inerpica sul territorio del passato quasi stessimo dicendo di un amico in comune. «E così?» domando, incuriosita. Lui, paziente: «Una mattina di primavera del 1678, mentre tutti i canonici erano riuniti nel rito delle Rogazioni per i futuri raccolti, diede fuoco sul sagrato del proprio fratello all’intero volume di quel terrilogio su cui aveva lavorato per anni. Fu uno scandalo».
Sorridiamo insieme, all’idea che nella Lucca del tempo un prete perdesse così le staffe. Allo scandalo seguì il trasferimento a Roma di Martinelli per volere del cardinale Giulio Spinola, arcivescovo di Lucca, grande appassionato d’arte e cugino di Alderano Cybo Malaspina, segretario dello Stato Vaticano, nonché grande mecenate del barocco romano. «Martinelli – riprende Landucci - andò nella Capitale per studiare all’Accademia San Luca, che all’epoca era una delle più importanti. Ci andò per imparare, e subito fece amicizie significative, introducendosi in quell’ambiente che aveva visto Bernini protagonista, e che era popolato dal grande architetto Carlo Fontana, e da pittori del calibro di Carlo Maratta».
Nonostante il carattere poco diplomatico, e alquanto focoso, si inserì perfettamente nell’ambiente romano. Vinse riconoscimenti importanti, dopo pochi anni divenne a sua volta docente all’accademia San Luca ed ebbe molte richieste di commissioni. «Il suo carattere focoso non scomparì. Anzi. All’epoca raramente gli architetti seguivano i lavori. Più spesso erano gli artefici di progetti che venivano spediti ad altri maestri che sul posto si occupavano di tutto. Martinelli lo fece con Massa, dove si vede ancora nella Cattedrale la sua Cappella dei Principi, e lo fece con Lucca dove realizzò l’altare maggiore della chiesetta di San Nicolao. E proprio quando tornò a Lucca, e andò in San Nicolao, la leggenda vuole che si infuriò moltissimo. Fece di tutto distruggere, e ricostruire». Insomma, che personaggio strano questo Martinelli, una sorta di intransigente dell’arte, permaloso e impetuoso. Decisamente poco lucchese.
«Il successo – aggiunge Landucci - non tardò ad arrivare, e con questo le richieste di nobili stranieri. Fra questi il Re della Polonia, e nobili della corte imperiale di Vienna. Allora, Martinelli decise di andare in Austria e lì rimase, nella capitale, per quindici anni. Lavorò per le più importanti e più ricche famiglie dell’epoca, compreso Leopoldo I, lasciando la sua testimonianza artistica in palazzi che ancora oggi si possono vedere a Vienna, ma anche a Praga, in Ungheria e in Polonia. Tornato in Italia, continuò a fare il docente all’Accademia San Luca, ma morì povero, poverissimo. Lasciò una ricchissima collezione d’arte, popolata da decine di progetti architettonici». E, potremmo aggiungere, di nuovo e per sempre: lasciò frammenti di marmo e disegni che per taluni diano, e sono, sogni. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google