Il Tirreno

Lucca

Filare di viti colpito dai vandali, piante fatte seccare con l’acido

Luigi Spinosi
Filare di viti colpito dai vandali, piante fatte seccare con l’acido

Gesto inspiegabile ai danni del vigneto all’agriturismo le Terre del Sillabo, ignoti avevano gettato delle sostanze tossiche alla base delle piante  

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LUCCA. Un gesto criminale, anzi, peggio. Un gesto stupido. È quello commesso da ignoti ai danni dell’agriturismo “Terre del Sillabo”, lungo la via per Camaiore. I titolari, di ritorno da una breve vacanza («La prima che ci concediamo in tre anni», sottolinea il titolare Giovan Pio Moretti, denunciando l’accaduto sui social) hanno avuto una brutta sorpresa. Un filare di viti, il primissimo accanto alla cantina, completamente rinsecchito. E no, non si trattava di una malattia, come il classico “mal dell’esca” («Patologia che conosco benissimo», sottolinea Moretti). E nemmeno di un incidente, tipo un trattore finito contro le piante, visto che le stesse erano integre. No, quel filare di uve sauvignon era stato preso di mira da un vandalo. Le tracce, scoperte dallo stesso Moretti, lasciavano poco spazio ai dubbi: «Son lì che mi arrovello quando mi accorgo che anche l’erba intorno alle viti colpite è seccata, addirittura con delle evidenti strisciate. Non c’è dubbio che qualcuno ha deliberatamente buttato lì del liquido, da taniche o secchi, con forte effetto fitotossico. Non può essere diserbante (ne conosco gli effetti collaterali sulle foglie non morte e qui non ci sono), quindi c’era cloro, oppure un acido, oppure del sodio ad alte concentrazioni. In ogni caso, qualcosa che non accade per caso, ma in maniera deliberata e intenzionale».

E, in fondo, poco importa capire cosa ci fosse in quel secchio. Il vero mistero è che cosa ci sia nella testa dell’autore di quel gesto, che cosa possa aver lo spinto a fare quel gesto. Un gesto gravissimo, il cui peso forse sfugge a chi vive in città, lontano dallo spirito contadino. Al di là del danno economico, fortunatamente limitato visto che è stato colpito un solo corto filare, il vero colpo è allo spirito di chi vive la terra, di chi in un grappolo di uva vede più di un semplice frutto, ma il risultato di un lavoro che, in un certo senso, dà la vita. E una degna conclusione a questa brutta storia, l’ha trovata e raccontata sui social lo stesso titolare, il giorno dopo l’amara scoperta: «All’alba esco, torno a guardare più da vicino e l’occhio si sofferma su un piccolo grappolo non ancora del tutto rinsecchito, e mi nasce un pensiero. Prenderò gli acini di quel piccolo grappolo, li seminerò in un vaso, aspetterò sperando che almeno uno attecchisca e da esso nasca una nuova pianta, che non sarà buona per far vino, ma che avrà il senso – per me – che dalla violenza e dalla morte può sempre esistere la speranza di far nascere qualcosa di nuovo e di bello, una piccola nuova vita. Non è facile, non è detto che accada, anzi è cosa generalmente rara, ma ci si può provare. Alla fine di questo pensiero, sto un po’ meglio».

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