Gioco
Lucca, la bellezza accecante ma offesa e l’insostenibile fascino di abitarvi
Elegia dell’autrice per la città murata dove ha scelto di tornare dopo molti anni a Roma. Ma anche un appello sentito rivolto a residenti e governanti locali affinché il futuro abbia nuove strade da tracciare e traguardi da conquistare
la lettera
flavia piccinni
Quattro anni fa, dopo dieci anni di lontananza, decisi di tornare a Lucca. Roma era divenuta per me un incubo. Strade molto affollate, inquinamento, troppi ao signorì e pochi grazie. Non fu un passaggio semplice, ma venne arginato dall’ossessione che qualunque italiano possiede: la presenza materna.
I viaggi settimanali nella Capitale per motivi di lavoro – che mio malgrado, e con struggente disappunto, quest’anno si intensificheranno costringendomi alla spossante spola via Santa Croce/ piazza Mazzini – mi rinfrancavano ogni volta dopo l’impietoso confronto: avevo preso la giusta decisione. Avevo abdicato all’irrazionale frenesia metropolitana, in virtù della locale ambizione sintetizzata attraverso l’apprezzabile perifrasi de «voglio una vita tranquilla».
In quel momento una “vita tranquilla” per me era allontanarmi da una storia sentimentale molto dolorosa e molto bella, che si declinava attraverso Roma in tutte le sue anime: via dei Fori Imperiali, piazza di Spagna, lo stadio Olimpico e il coro della curva sud quando tutti insieme si intonano le eterne canzoni di Antonello Venditti. L’inizio fu abbastanza faticoso, ma ritrovare gli amici di un tempo – pochissimi, da incontrare raramente e sempre per tempi limitati, secondo un’indole divenuta molto lucchese a discapito del “calore” meridionale – e soprattutto nutrirmi delle energie famigliari si rivelarono (nonostante qualche spiacevole intoppo) un toccasana. Non mi aspettavo niente da questa città se non la tranquillità, e niente infatti ho avuto. Niente nel modo più assoluto. Questo mi ha costretto a continuare a dare vigore a quel cordone ombelicale con Roma – dove hanno sede la mia casa editrice e la casa editrice che mi pubblica, dove ha sede soprattutto la Rai che da anni mi sostiene – che con non poca gioia avrei tagliato, se non altro per evitare quel viaggio della speranza che trasforma in moderno Fantozzi chiunque decida di salire sul “treno della speranza” che collega la nostra città con quello che audacemente potremmo definire come uno “snodo vitale per il mondo” (o, più semplicemente, Firenze). Provate a prenderlo, questo ciuf ciuf scalcinato, in eterno ritardo, che pare esercitare a pieni voti la casualità italica; nel 90% dei casi arriverete almeno un quarto d’ora dopo (ma, del resto, un quarto d’ora di ritardo è quantomeno accademico!). Nel restante 10% non arriverete proprio. Sarete piuttosto prigionieri (che gioia!) dei disservizi che abbondano nella provincia, e avrete (che fortuna!) il tempo di godere della sporcizia che si accumula fra i sedili, dei bagni inutilizzabili, del mendicante che vi fornisce un biglietto di carta in cui vi spiega che a causa di una malattia tragica ha bisogno del vostro sostegno (è poco politically correct, ma sincero). Per inciso: fino al primo settembre il tempo necessario per arrivare a Firenze, a causa di lavori sulla linea, supera abbondantemente le due ore e vi obbliga a tre cambi di treno.
Ma, dicevamo, perché restare a Lucca? Perché rimanere nella nostra amata, bellissima, incredibile Lucca dove il tempo si scandisce in decenni e non in secondi? Perché, semplicemente, è meraviglioso! Ed è anche illudersi di vivere in un’oasi felice, salvo poi scoprire gli adolescenti (ma gli adolescenti appartengono al mondo, mica alla provincia) che si scambiano foto osé, si prostituiscono per ricariche nei bagni, sostengono il mercato dello spaccio, intervallando un compito in classe e un pomeriggio di studi con intense sessioni dedicate alla marijuana. Ma vivere a Lucca è anche partecipare a milioni di festival che si succedono – e in questa rubrica trovano spazio a cadenza quasi settimanale i vari illuminati responsabili –, salvo poi essere incapaci di fare squadra, restando immersi in quella melma noiosa che è il proprio orticello; vedendo Pistoia e Parma divenire capitali italiane della cultura, e perdendo anche l’occasione di partecipare al bando (perché? perché i tempi erano scaduti! – e, fra l’altro, senza un festival letterario è inutile partecipare).
La messa a sistema – tanto ambita, tanto desiderata, tanto dimenticata – è l’unica carta valida per il futuro, insieme a una visione culturale del territorio che faccia della cultura e delle esperienze a essa connessa strumento e linfa, non solo abbellimenti personali o esercizi di potere locale che riportano a una dimensione medioevale. Per comprendere la funzione vitale della cultura occorre lavorarci, giorno dopo giorno; non è sufficiente un titolo, o un’ambizione. E poi, ammettiamolo: noi proviamo a resistere, ma non ce la facciamo. Cerchiamo di aggrapparci alla storica moralità cittadina, ricordando con gaudente ossessività il noto buon gusto e rigore lucchese. Tentiamo di arginare il razzismo serpeggiante, convincendoci d’essere ancora città accogliente e comprensiva. Tuteliamo con rigore assistenzialistico il decoro, galleggiando fra sacchetti di spazzatura e maleducazione. C’affossiamo in un Paese che non riconosciamo, inquinato da detriti di servilismo e disperazione. Proviamo con struggente sconforto ad assimilare la modernità globale, rispetto alla quale recepiamo solo gli aspetti peggiori. Ci nutriamo della totale schiavitù del dio denaro, consentiamo musica a palla fino a ben oltre la mezzanotte, vomito in tutte le strade del centro, orinatoi pubblici nei più reconditi anfratti, l’abbigliamento truce destinato alla spiaggia e non alla città che dovrebbe essere vietato come offesa al decoro. E intanto – mentre la quotidianità diventa cronaca nel compulsare di notizie – ci dimentichiamo l’essenza di questo luogo, che è essenza a noi affidata in modo transitorio, ed è essenza di domestica provincia e per tale andrebbe difesa nelle sue chiese, nelle sue piazze e nelle sue vie: ormai trasformate in patetico, squallido bivacco estivo di turisti e bestie (vi prego, andate davanti la chiesa di San Paolino dopo le dieci di sera e capirete). Intanto, combattiamo per la nostra amatissima, anacronistica città. Nella speranza che, da sola, salvi se stessa. —
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