Toscana
Tommaso Arrighi, l’architetto mancato che ora “costruisce” i film d’autore
L’amore per la settima arte l’ha portato a frequentare il Centro sperimentale di cinematografia a Roma Nel 2004 ha fondato la sua casa di produzione. E ora ha un nuovo progetto che vorrebbe girare nei dintorni di Lucca
Il personaggio
flavia piccinni
Victor Hugo notava: «Il destino, quando apre una porta, ne chiude un’altra. Dati certi passi avanti, non è possibile tornare indietro». Ed è un po’ questo quello su cui mi fa riflettere la chiacchierata con Tommaso Arrighi, instancabile sognatore, produttore cinematografico, cacciatore di storie e di emozioni.
La massima di Hugo trova la sua sublimazione, naturalmente, quando Arrighi mi racconta della sua vita. Sono nato – mi spiega - a Firenze, ma sono cresciuto a Lucca dove ho frequentato il liceo scientifico Vallisneri. Mi sono poi trasferito a Firenze per frequentare architettura. Proprio a Firenze ho seguito un corso serale di cinema, alla scuola Immagina, più per curiosità che per intenzioni serie. Di giorno studiavo architettura e la sera frequentavo il corso di cinema o andavo al cinema a vedere film, inseguendo rassegne e retrospettive. Così ho scoperto l’esistenza del mondo della produzione nel cinema, sia in termini di organizzazione delle riprese che di costruzione finanziaria di un progetto filmico. E in quello ho visto per me un percorso professionale che potesse sostituire il sogno di diventare architetto. Ho quindi tentato le selezioni a Roma per frequentare il corso di produzione al Centro Sperimentale di Cinematografia, la scuola di cinema più importante in Italia. Mi hanno preso e così mi sono trasferito e ho lasciato architettura».
Abbandonare un binario certo per l’incerto. Entrare negli ingranaggi inarrestabili e silenziosi, poco noti al grande pubblico e molto complessi, della produzione di un film: quelli che portano un’idea a diventare realtà.
« Così nel 2004 – prosegue Arrighi - ho fondato la Mood Film, la mia società di produzione cinematografica. L’ho fondata per produrre il primo cortometraggio “Sotto le foglie” di Stefano Chiodini, con Valerio Mastandrea. Da allora ho prodotto sei corti, tre documentari e tre film e ho collaborato come produttore esecutivo a molti progetti. L’ultimo di questi è stato “Ride” di Jacopo Rondinelli, scritto, co-prodotto da Fabio & Fabio, i registi del fortunato “Mine”, prodotto e distribuito da Lucky Red, che uscirà nelle sale il 6 settembre».
La passione di Arrighi però ha radici antiche: «Ho sempre visto tanti film fin da bambino in tv e al cinema, ma la scintilla cinefila è scattata al liceo quando la professoressa di storia e filosofia ci mostrò alcuni film d’autore. Tra questi mi colpì “La passione di Giovanna d’Arco” di Dreyer. Un film muto in bianco e nero che mi impressionò per la potenza visiva. E poi la mia infanzia è popolata dalla sala cinematografica. Ricordo ancora quando con mio padre andammo a vedere, durante un viaggio, “L’orso” di Jean-Jacques Annaud».
Mi racconta di quando quest’anno è andato al prestigioso Festival di Locarno per presentare “L’ospite” di Duccio Chiarini, film da lui prodotto. «Trovarmi nella Piazza Grande davanti a una platea di 6.000 persone è stata un’emozione grandissima. Un sogno che si realizza». Gli occhi gli brillano di passione vera, e struggimento: «Un film – mi spiega - deve per me saper emozionare e sorprendere. Deve saper coinvolgere lo spettatore e rapirlo in un viaggio appassionante e unico. Quando leggo un soggetto o una sceneggiatura è questo che cerco: un racconto che abbia il potenziale per toccare il pubblico da vicino. In generale prediligo storie che parlino di sentimenti e relazioni amorose, che mettano in primo piano i personaggi che le vivono con una prospettiva originale, particolare, che possa davvero conquistare il pubblico e farlo riflettere sulle vicende raccontate. Anche nel documentario cerco storie emozionanti, ma soprattutto che sappiano raccontare attraverso la loro particolarità anche una realtà più ampia e universale. Come nel documentario di Duccio Chiarini “Hit the road, nonna”, presentato al festival di Venezia nel 2011, dove il racconto dell’ascesa imprenditoriale della nonna del regista diventa anche specchio della storia italiana della seconda metà del Novecento o Lo specchio dei sogni di Ramón Alòs che, raccontando i la vita del geniale pioniere del cinema muto spagnolo Segundo de Chomon, ripercorre la storia del cinema muto europeo».
Arrighi dunque mi guida attraverso quelle ossessioni che fanno scattare la scintilla, e che sono personaggi: «La differenza – mormora - sono i protagonisti delle storie che mi propongono. Mi devono conquistare fino in fondo, per la singolarità e la forza del loro punto di vista e con essi lo sguardo sulla storia del regista del progetto. Così è stato con Stefano Lodovichi per “Aquadro” che racconta come i due protagonisti adolescenti vivono il momento in cui il video della loro prima volta diventa virale. Così è stato anche con Paolo Sassanelli per “Due piccoli italiani” che, come già nei due cortometraggi realizzati insieme, ha saputo costruire dei personaggi affascinanti, umani e poetici e anche con Duccio Chiarini per “L’ospite”».
Continuiamo a parlare di Lucca («Qui sono le mie radici, per me tornare è tornare a casa»), delle cose che ama («il centro storico e le Mura, ma anche i negozi e taluni ristoranti»), delle possibilità che la città offre («ci sono tante iniziative di formazione dal grosso potenziale e molte realtà produttive. Ormai Lucca è un punto di riferimento con Lucca Comics, il Summer Festival e il Lucca Film Festival»). Prima di salutarci, la rivelazione: «Sto sviluppando e finanziando un nuovo film che è l’opera prima di un giovane regista che mi affascina molto e che è anche lucchese, Tommaso Landucci. Anche lui come me si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia ma in regia e ha realizzato dei bellissimi corti. Il film che stiamo costruendo insieme sarà la sua opera prima«. Incalzo: mi dica qualcosa di più. Arrighi inclina la testa, gli occhi si fanno più piccoli, sorride ancora in un modo gentile: «È una storia di formazione di due ragazzi ventenni di oggi. E sì, lo confesso, ci piacerebbe girare nei dintorni di Lucca». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
