Il Tirreno

Lucca

Da Kubrick all’Accademia del cinema Il sogno realizzato di Emiliano Galigani

FLAVIA PICCINNI
Da Kubrick all’Accademia del cinema Il sogno realizzato di Emiliano Galigani

Una vita da girovago e il grande amore per la nostra città, dove il regista è anche direttore generale di Cartasia «Lucca è il mio set ideale, per la varietà immensa dei suoi luoghi, spazi, storie. E dal punto di visivo amo le strade strette»

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LUCCA. Una sala buia. Un fascio di luce che l’attraversa. Lo schermo che all’improvviso si illumina e incanta un bambino dagli occhi scuri e dalla pelle olivastra. Un bambino che si chiama Emiliano Galigani ed adesso è uomo e padre. Dal 2004 è direttore generale di Cartasia e dal 2015 anche dell’Accademia Cinema Toscana, nonché fondatore e proprietario di Metropolis Produzioni.

«Ricordo – mi racconta, con un accento indecifrabile - il primo film visto al cinema. Era “Elliott e il drago invisibile” della Disney. Fui immediatamente attratto dalle immagini in movimento, e dalla capacità di creare mondi incredibili e di renderli plausibili. C’è una sospensione dell'incredulità in qualsiasi spettatore disposto a credere che un supereroe sia in grado di volare. Eppure, nel microcosmo di quell'universo narrativo, noi siamo disposti a pensare che tutto possa accadere, scontri spaziali, mostri, vite incredibili: nel buio della sala tutto può esistere».

Una manciata di anni dopo c’è sempre una sala buia, il consueto fascio di luce e una pellicola che illustra e illumina un pezzetto di futuro, forse di destino. «Ho cominciato – prosegue Galigani - a pensare di voler fare questo lavoro guardando “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick proiettato al cinema Astra. È stata allora che improvvisa mi ha colto la folgorazione che il cinema fosse molto più che un semplice modo di passare qualche ora». È una sorta di rivelazione. «Capii che questa forma d'arte aveva modi di comunicare ed emozionare che le erano propri, e che le immagini potevano includere una stratificazione di significato. Capii, soprattutto, che avrei voluto raccontare attraverso le immagini le storie che avevo in mente. Devo quindi a Kubrick l'essere stato infettato dal virus del cinema e l'idea di diventare un regista e un produttore».

Ed ecco spiegati gli studi al Dans, a Bologna, arrivati dopo anni di girovagare: «Sono nato a Terni, in Umbria, ma ho vissuto la prima parte della mia vita in Africa ed Asia, a seguito di mio padre, che era direttore di cantieri e costruiva dighe e strade all'estero. A 12 anni mi sono trasferito a Lucca con i miei familiari e, pur continuando a viaggiare, questa è diventata la mia città d’adozione. Qui mi sono formato fino agli studi universitari. Qui ho fatto le prime esperienze lavorative e qui sono nate le mie figlie».

Viene naturale chiedersi allora cosa Galigani cerchi, da professionista del settore e da docente, in una pellicola. «Rapimento, innanzitutto. E inganno. Vorrei sempre che il film fosse stimolante, che riesca a fregarmi fino all’ultimo, che le previsioni che faccio su come andrà la prossima scena, o il finale, siano sempre disattese. In modo credibile, certo. Quindi cerco sorpresa. E un po' di coinvolgimento intellettuale. Mi piace uscire dalla sala con il film addosso, con la storia che mi segue a casa e nei giorni a venire. Quindi per riassumere direi: una buona storia prima di ogni altra cosa. Una regia intrigante e degli ottimi attori che sappiano renderla credibile. Nessun buon regista, o buon attore riesce a rendere godibile una pessima storia». Mette in guardia dalla percezione distorta che coinvolge molti autori «pensano – mi spiega - di avere la storia migliore del mondo da raccontare, ma non sanno se esiste un pubblico disposto ad ascoltarla». Mi dice che adesso sta producendo un documentario sulla vita di un artista inglese («è una storia che vale la pena di essere raccontata») e che è felice di aver fatto base a Lucca dove, da un’idea semplice, è nata l’Accademia del cinema Toscana. «Mai come in questo periodo storico è esistita una richiesta di contenuti originali su video. Ci è apparso semplice e chiaro che le professionalità in questo settore sarebbero state molto richieste, avevamo le competenze e le risorse per farlo, e ci siamo buttati in questa avventura: formare tutto il personale dietro la cinepresa, quindi produttori, direttori della fotografia, montatori, esperti di effetti digitali, sceneggiatori, registi».

Ad oggi sono 120 i ragazzi iscritti, il 60% dei quali viene da fuori regione. Accanto alla teoria, c’è la pratica. In Accademia vengono prodotti tra i 20 e i 30 cortometraggi ogni anno, molti dei quali girati a Lucca che così passa sotto decine di occhi e di sguardi. «Per me Lucca – prosegue - è una madre accogliente, una confidente, un'amante tenera e sensuale. Lucca è il cielo nel centro storico, tagliato dai tetti e sempre diverso. Lucca è bellissima e oscura. Mi piace passeggiare quando la città si svuota a sera. Lucca sa essere anche chiusa e ostile, quando vuole. Lucca è il mio set ideale, per la varietà immensa dei suoi luoghi, spazi, storie. Amo Lucca in maniera incondizionata». Scoppia a ridere. «Di Lucca – ricomincia, appassionato – amo a livello visivo le strade strette, gli scorci degli spalti delle Mura la mattina presto, le piazze che si riempiono del brulicare della gente. Borgo Giannotti, la fiera. L'intraprendenza dei suoi abitanti, la schietta voglia di fare. A Lucca spesso si collabora, per un bene comune. Difficilmente mi sono trovato a collidere con i miei colleghi, c'è una atmosfera sempre molto collaborativa, di fronte a ogni tipo di problema».

Eppure… «Lucca si apre, ma senza scalfire troppo la propria identità. Qualche volta questa protezione diventa un pretesto per chiudersi e respingere tutto ciò che è diverso come cultura, stile, razza. A mio modo di vedere ogni diversità va compresa, assorbita, discussa. Insomma, le rimprovero una tendenza alla conservazione dello status quo». Fra i nuovi progetti, che hanno sempre Lucca come cuore, mi racconta dell’Accademia di Recitazione Toscana, che sarà inaugurata a novembre. E poi nella primavera 2019 la produzione di un lungometraggio, di uno spettacolo teatrale... «La città – conclude - non deve solo fruire cultura, ma deve avere modi e luoghi per produrre cultura. La cultura alta altrimenti diventa una sorta di invasione straniera, se il tessuto cittadino non ne produce autonomamente». —


 

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