Sicurezza
Fabrizio Barsotti, il pittore autodidatta che dà vita e anima alla forma del buio
Il suo studio in via del Fosso è sempre aperto a chiunque voglia entrare a dare un’occhiata alle sue creazioni «Negli anni Settanta a Lucca c’erano 13 gallerie d’arte, ora è un problema trovare un posto per una piccolo mostra»
IL PERSONAGGIO
FLAVIA BARSOTTi
L’esordio artistico di Fabrizio Barsotti avviene a Lucca, sua città natale, dove le prime esperienze pittoriche si suggeriscono all’attenzione della critica e degli estimatori. Un tratto inquieto, a volte ermetico, eppure anche volontà ed entusiasmo, incredibile intraprendenza, caratterizzano l’attività di questo pittore autodidatta classe 1968, che traduce sulla tela i momenti significativi della sua visione carpiti tra il reale e l’immaginario.
«La mia anima – mi racconta - sente cose strane, da sempre. Quando ascolto il battito del mio cuore è come vedere attraverso uno specchio la mia immagine, i miei sogni e i miei ricordi, nel buio tutto affiora, tutto mi viene incontro affinché io possa dare a chi guarda quello che sono. La mia pittura è il palcoscenico di un teatro in movimento». Il tratto distintivo sono il buio, e la trasformazione. Il nero è il simbolo del mistero, segno inconfondibile della sua pittura. «Nel buio allora tutto affiora, tutto mi viene incontro affinché io possa dare a chi guarda quello che sono» sottolinea, ancora, con un’innocenza ammaliante.
Mi racconta di aver iniziato a muovere i primi passi all’età di quattordici anni, partecipando ai primi concorsi di pittura e arrivando a vincere, nel 1985, il Premio Butori. Mi spiega di non essere uno studioso, di aver fatto scuola fino alla terza media, di aver sempre avuto la passione per l’arte e la pittura. Esempio di questo amore profondo e violento è lo studio lucchese, in via del Fosso al numero 153, sempre aperto a chi voglia entrarvi, una bolla di sentimenti ed emozioni.
«Accanto al mio studio – zeppo di colori, tavole, pennelli e luce - c’era la casa del mio nonno paterno Salvatore, chiamato anche il morino per via dei capelli neri. Quanti ricordi abitano qui con me, nel mio passato da bambino. In questa via c’era il fabbro, il calzolaio, il lattoniere, il tornitore, la lavanderia. Ora questi mestieri sono scomparsi, altri tempi, ci sono tanti ricordi in questo angolo sperduto». Barsotti si perde in un sorriso gentile, con quei capelli scuri che ricordano qualcosa del nonno. «Ho sempre vissuto ha Lucca, ho compiuto 50 anni, ci sono tanti luoghi che ricordo nella mia mente. Quando qui, in piazza San Francesco, c’era il convento dei frati, e l’ex cinema Eden dove andavo a vedere i primi film, la figura dei frati Bulgarini e Cinquini… Negli anni Settanta a Lucca c’erano tredici gallerie d’arte, era più facile mettersi in mostra, adesso ci sono tanti spazi liberi o chiusi che potrebbero essere adatti per le piccole mostre. Perché non farlo?».
Già, perché? Dalle sue parole emerge una Lucca che non c’è più. Rimasta identica per centinaia di anni, adesso adeguatasi alla frenesia del contemporaneo. Mi spiega ancora, Barsotti, che la passione per l’arte è antica. Antichissima. «Avevo circa 6 anni quando ripetevo a mia madre Mariella che avrei fatto il pittore! Ho iniziato a fare i miei primi scarabocchi, tagliando con le forbici, e incollando piccoli pezzi di carta e cartoncino colorati su fogli bianchi, come fanno tutti i bambini. Ho dipinto anche opere ispirate alla favola del Piccolo Principe che ho esposto in varie parti. Ho sempre voluto conservare dentro di me il bambino che un tempo sono stato».
Un bambino che ha conquistato l’attore William Petersen, protagonista della serie C.S.I, che dei suoi dipinti si è innamorato. Un bambino che è esposto, oggi, anche fra i corridoi dell’ospedale Le Molinette di Torino. Gli chiedo allora di Lucca e l’arte. Gli occhi brillano. La voce mette in fila decine di parole, comprenderle è complicato. «I primi premi di pittura che si tenevano nella zona di Lucca, la galleria Nazionale di Myrta Galli, il Prof. Mario Marzocchi, Antonio Possenti, Mario Rocchi, la piazzetta dell’arte, la galleria Blu Chips, la galleria Guerrieri, Spampanato, la sala dei Commercianti che davano a chi voleva farsi conoscere lo spazio».
Di Possenti mi racconta di quando lo andava a trovare nello studio in Piazza Anfiteatro, «era magico parlare con lui, vedere la sua arte. Mi dedicò una poesia nel 2010 per una mia mostra personale dal tema Volare, la poesia era intitolata Lui non lo sa, la inserii anche sul catalogo». Lucca però non l’ha mai ispirato. «Nella mia pittura non fa da palcoscenico. Lucca mi piace per i suoi monumenti, la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura, le sue leggende. Lucca dalle cento chiese, dalle mille vie dell’arte e dai mille atelier sperduti in ogni angolo della città. Qui in via del Fosso nel Medioevo c’erano tessitori e tintori la cui merce era nota in tutto il mondo».
Mi dice ancora, Barsotti, di amare le piazze e le vie, e di riconoscere un cambiamento affatto gradito: «C’erano alcuni negozi storici che non esistono più. Ora la città è diventata solo turistica. Mi piacciono i monumenti della chiesa di San Frediano con il suo bellissimo mosaico, ma anche le Mura, il Volto Santo, la città dall’arborato cerchio, dove dorme la donna del Guinigi, Ilaria del Carretto. Le cose da vedere non sono poche, in ogni angolo c’è qualcosa da scoprire, ovunque c'è arte da gustare. Eppure Lucca non fa niente per valorizzarsi, per promuovere la bellissima e caratteristica Via del Fosso, a due passi da Piazza San Francesco, dove si trovano anche i monumenti della colonna della Madonna dello Stellario e la fontana del Nottolini, abbandonati al degrado».
Nel suo futuro, Barsotti ha messo in fila decine di progetti. “Ho portato all’attenzione – prosegue - mie performance creative come Il Teatro della follia, ispirato al tema della follia e della pazzia, sul Manicomio di Volterra. Il progetto è nato vedendo le fotografie in bianco e nero di Matteo Zannoni che sono state esposte nel mio studio. Del 2016 è Performance creativa la barca della speranza, con l’aiuto di Gregorio Andreini, ispirata al tema dell’immigrazione». Si ferma. Prosegue: «Altri progetti?», pare quasi una domanda. E poi, sorridendo: «Lavorare, lavorare, per preparare nuove mostre». —
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