Il Tirreno

Lucca

LA SENTENZA DI CORTE D’ASSISE D’APPELLO 

I giudici non fanno sconti al femminicida Confermati trent’anni di carcere a Russo

Luca Tronchetti
I giudici non fanno sconti al femminicida Confermati trent’anni di carcere a Russo

Bruciò viva Vania e poi la lasciò morire senza soccorrerla. L’imputato, per la prima volta in aula, è rimasto impassibile  

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Firenze

Bastano due ore ai giudici fiorentini della Corte d’Assise d’Appello (presidente Maria Cannizzaro, relatrice Silvia Mugnaini) per confermare in toto la sentenza di condanna per Pasquale Russo, 46 anni, ex dipendente di una cooperativa che lavora per l’Asl, autore del delitto più mostruoso e atroce avvenuto in Lucchesia negli ultimi 40 anni: il femminicidio di Vania Vannucchi, 46 anni, operatrice sanitaria, madre di due figli, la donna di cui si era invaghito non arrendendosi all’idea di averla perduta. Trent’anni di reclusione in considerazione del rito abbreviato con l’accusa di omicidio volontario, stalking e furto del telefonino avvenuto all’interno dell’abitazione della vittima. Restano inalterate le statuizioni civili: una somma totale di 1 milione e 166mila euro decisamente sulla carta. Perché a quasi due anni di distanza da quel maledetto 2 agosto 2016 i genitori, i figli e l’ex coniuge di Vania non ha visto un euro. E, vista la situazione economica in cui versa l’assassino, probabilmente non vedranno mai un centesimo.



Per la prima volta dal momento in cui venne arrestato dalla polizia in una calda serata d’inizio agosto, Pasquale Russo ha messo piede fuori dal carcere di Prato dov’è tutt’ora recluso e dove rimarrà ancora a lungo. Ha voluto essere presente - seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Pierluigi Cesaretti e Paolo Mei - all’udienza camerale. Una presenza inattesa anche per i difensori che avrebbe potuto creare tensioni e stress. Anche perché l’imputato - assai dimagrito - non si è presentato a testa bassa, contrito o tantomeno in lacrime. Ha controllato chi fosse in aula e ha seguito la fase dibattimentale annuendo quando i suoi legali intervenivano per discolparlo dalle aggravanti di stalking, premeditazione e crudeltà. Nessuna parola di pentimento in aula, nessun segnale di ravvedimento con richiesta di perdono. Freddo, impassibile, indifferente.



Le arringhe dei legali hanno cercato di smontare i principi cardine della sentenza di condanna di primo grado pronunciata dal gup Antonia Aracri al termine di una requisitoria lucida ed efficace del pm Piero Alessandro Capizzoto: atti persecutori continuati, premeditazione, crudeltà. Ma non ci sono riusciti. Le motivazioni della sentenza - deposito nei termini di legge - chiariranno quali dei tre elementi fondanti hanno retto ai giudici d’appello. Basta però che una sola aggravante abbia retto per impedire un nuovo sconto di pena che sarebbe stato impossibile da accettare per dei genitori e dei figli che hanno perso in quel modo disumano una persona cara. Difficile infatti, per delitti di questa efferatezza, non pensare all’ergastolo. Ma la procura non poteva ricorrere in Appello per chiedere l’inasprimento visto che il rito abbreviato - sancito dalle leggi che approvano i parlamentari con passaggio alla Camera e al Senato - impedisce all’accusa l’impugnazione in caso di condanna dell’imputato in primo grado.



La storia di Vania e di tante donne deve spronare le istituzioni - dalla famiglia alla scuola - a fare opera di prevenzione e a diffondere la cultura del rispetto e della pari dignità che stenta a decollare in questo Paese. In questi giorni verrà siglato un nuovo protocollo tra Regione, Procura, enti locali e forze dell’ordine per la prevenzione dei reati contro la violenza di genere. —

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