Toscana
Nella “città mangiatoia” è arrivata la crisi Ristoratori infuriati: «Basta licenze pazze»
Alcune attività del centro storico registrano anche un -30% del giro d’affari rispetto allo stesso periodo dello scorso anno
LUCCA. Un piatto di spaghetti e una bottiglia d’acqua. In due. Due pizze e una bibita. In quattro. «L’altro giorno in nove si sono messi al tavolo ordinando due bevande e tre caffè. Ho dovuto farli alzare, spiegando loro che questo è un ristorante. Tasse, personale, utenze. A me un tavolo deve lavorare, altrimenti vado in rimessa e non riesco a pagare neppure i dipendenti». Negli anni Ottanta serviva i panini al popolo della notte lucchese, quello che tornava dalle serate in Versilia e consumava lo spuntino prima di andare a dormire.
Oggi Gherardo Anselmi, titolare dello storico locale in piazza Anfiteatro, dice addirittura di essere a un passo dal tirare i remi in barca. «Sapeste quant’è che voglio vendere tutto», confessa sconsolato. Non è un bel periodo per i ristoranti lucchesi. In particolare, per quelli del centro storico.
Le esigenze dei clienti cambiano, e il tessuto commerciale cittadino, dalle istituzioni agli esercenti, fatica a mettersi al passo coi tempi. E la sana competitività diventa guerra sfrenata. «Lucca ormai è una mangiatoia, sono state rilasciate troppe licenze negli ultimi anni. Chi viaggia bene è in calo del 10% rispetto allo scorso anno, ma c’è anche chi è crollato a –30%».
A parlare è Francesco Veggi, arrivato in piazza Anfiteatro nel 2008, oggi titolare di tre locali: L’Emiliana, La Brusketta e Perbakko. «Non si vedono i russi –prosegue –mentre gli americani sono arrivati soltanto in questi giorni. Si lavora meno, ed è un problema che riguarda l’intera città». Meno persone in giro dentro le mura, un mare di ristoranti uno accanto all’altro, ovunque, e una gara al risparmio che, per alcuni, significa abbassare la qualità dei prodotti offerti.
«La qualità in generale è più bassa. Chiunque oggi può improvvisarsi ristoratore, e questo non è giusto. Noi abbiamo triplicato lo spazio esterno – racconta Filippo Pardini, dell’osteria Parlascio, inaugurata l’anno scorso, l’ultimo arrivato in piazza Anfiteatro – ma non abbiamo triplicato le entrate. Questo significa che un calo c’è, e si nota». Casse vuote, ma le spese crescono. In alcuni casi anche vertiginosamente.
«In un anno ho visto aumentare la spesa per il suolo pubblico, in seguito ai nuovi parametri dell’amministrazione comunale – dice Gherardo Anselmi – addirittura del 130%. Ogni mese spendo più di duemila euro. Ma come si fa ad andare avanti cosi? » . E poi c’è il delicato tema degli eventi. In piazza Anfiteatro, secondo gli operatori, ne vengono organizzati sempre meno.
«Fino a qualche anno fa c’era l’Anfiteatro Jazz – continua Pardini – e la piazza viveva anche la sera, ora invece al primo schiamazzo arriva la polizia municipale. Non siamo tutelati, questa è la verità». A proposito di tutela, nel mirino dei ristoratori finiscono anche le associazioni di categoria: «Non sono più associato da tempo, perché non mi sentivo rappresentato», taglia corto Anselmi.
«Non ci proteggono, non fanno sentire la nostra voce», ribadisce Veggi.
Umore nero tra i tavolini della piazza. Ma c’è anche chi la prende con filosofia. «Siamo in ballo, balliamo. Un calo c’è, ma l’importante è riuscire ad arrivare alla fine del mese. Il segreto è lavorare bene – conclude Ubaldo Buralli, dell’omonima trattoria in via dell’Anfiteatro – soprattutto ora che sembra inizi a partire la stagione».
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