Gioco
Una telefonata, la paura e poi i sorrisi «In questi giorni ho rivissuto quegli attimi»
il colloquio LUCCA Uno squillo, un altro ancora. Dall’altra parte della cornetta un coro di voci preoccupate. «Erano i genitori, mi dicevano che i loro figli non erano ancora tornati a casa». Il...
il colloquio
LUCCA
Uno squillo, un altro ancora. Dall’altra parte della cornetta un coro di voci preoccupate. «Erano i genitori, mi dicevano che i loro figli non erano ancora tornati a casa».
Il mondo da due settimane tiene il fiato sospeso per gli otto ragazzini calciatori thailandesi rimasti intrappolati in una grotta assieme al loro allenatore. Le operazioni di soccorso vanno avanti, con alcuni dei baby giocatori che sono già stati messi in salvo. Ma a Lucca c’è chi, la tragica vicenda che si sta consumando dall’altra parte del mondo, la sente particolarmente vicina.
Giuseppe Ciri, classe 1937, era il preside del liceo Vallisneri. E quindi anche dei ragazzi della 5D, che nel gennaio 1986 per trentadue ore rimasero intrappolati nella “Tana che urla”, grotta che si trova a Fornovolasco, frazione del comune di Fabbriche di Vergemoli, in Garfagnana, nel cuore del parco delle Apuane. Dodici ragazzi, il loro professore di scienze, Franco Landini, e gli speleologi accompagnatori. Venti persone. Due giorni. Tanta paura. E poi il lieto fine. «La situazione in Thailandia è ben più grave di ciò che accadde trentadue anni fa, anche se lo spavento fu notevole», racconta ancora Ciri.
Che quei dodici studenti se li sentiva tutti sulle spalle. Era stato lui a dare il via libera alla gita. «Autorizzai l’uscita dopo essermi confrontato con gli organi collegiali. D’altronde – continua il preside di allora – era un’escursione che veniva organizzata regolarmente tutti gli anni». Ma nel tardo pomeriggio di quel giovedì cambia tutto. Il preside viene contattato dai genitori, poi dalle forze dell’ordine: «I ragazzi sono rimasti intrappolati». Giuseppe Ciri è annebbiato, incredulo, frastornato. «Non conoscevo il posto, non avevo idea di dove fosse», prosegue l’ex dirigente scolastico. Il viaggio in macchina, l’ansia, mille pensieri. E poi l’arrivo a Fornovolasco.
«Mi resi subito conto che si trattava di qualcosa di grave. C’erano molti giornalisti, le tv, un mare di forze dell’ordine». Ciri prova a mantenere la calma, viene rassicurato dagli esperti presenti sul luogo. I ragazzi sono stati fatti posizionare in un angolo sicuro della grotta. Lì l’acqua non può arrivare. Nel tardo pomeriggio di venerdì 24 gennaio la tensione si scioglie. «Ricordo ancora i ragazzi che venivano fatti sistemare in una tenda riscaldata, fuori dalla grotta. A loro erano stati portati panni asciutti. Una studentessa si tolse gli abiti fradici e un compagno, sbalordito, le fece i complimenti per il suo fisico. Scoppiammo tutti in una grande risata liberatoria». Giuseppe Ciri oggi racconta di quelle terribili 32 ore col sorriso, anche se hanno rischiato di compromettere la sua carriera. «Poco dopo il fatto, durante una riunione tra presidi, un ispettore di fronte a tutti mi presentò come colui che aveva permesso ai ragazzi di entrare nella grotta. Mi alzai in piedi – conclude Ciri – e gli risposi che però ero anche riuscito a riportarli a casa. I colleghi mi dedicarono un lungo applauso». —
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