Il Tirreno

Lucca

IL PRETE “SOCIAL” 

Coreglia celebra il “Don” con una grande festa

Tommaso Silvi
Coreglia celebra il “Don” con una grande festa

Ieri i cittadini hanno salutato i venticinque anni di sacerdozio di Nando Ottaviani «Io ascolto la gente, non la giudico. La mia missione è la missione di tutti»

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COREGLIA

«Mi sono preparato il discorso e l’ho stampato a caratteri belli grandi. Non lo faccio mai, ma tanto lo so come va a finire. Mi emoziono e non mi escono le parole. Almeno in questo modo so cosa dire e vado spedito fino all’ultima riga».

Sono le 16, 50 e Nando Ottaviani chiude la porta della casa canonica, incastonata nei vicoli scavati nella pietra di Coreglia, sopra la piccola piazza Roma. Dove ad attenderlo c’è una berlina bianca, con tanto di autista. Poche centinaia di metri lo dividono dal campo sportivo del paese della mediavalle, teatro della festa organizzata per celebrare i suoi 25 anni di sacerdozio. Nel cuore del rettangolo verde di gioco è stato posizionato un palco: da qui don Nando Ottaviani celebra la funzione. Sotto, una schiera di sedie di plastica sistemate in file ordinate, popolate dai parrocchiani che lo ascoltano, applaudono. Addirittura c’è chi si emoziona.

Don Nando e Coreglia. Un’amore sbocciato nell’agosto del 2000. «Arrivai qua dopo sei anni a Pieve S. Paolo. Questa è una comunità attaccata alle tradizioni, che difende la sua cultura e le sue origini», racconta mentre si sistema nervosamente l’abito talare, nella stanza di casa che lui chiama “il mio ufficio”.

Super presente sui social, schietto, spesso fuori dal coro. «Sono un prete di montagna e amo la mia missione», dice ancora don Ottaviani. Coreglia lo festeggia, c’è anche il sindaco Valerio Amadei. Saluti, strette di mano, abbracci. «La gente ha bisogno di essere ascoltata, non giudicata. Le persone che mi hanno aiutato di più in questi anni sono quelle che in chiesa non si vedono quasi mai. Ma a me non importa – continua il prete originario del quartiere Casilina, a Roma, ma tifoso della Juventus – perché ciò che conta è che mettano amore in quello che fanno».

La banda del paese suona mentre Nando Ottaviani sale le scale dell’altare improvvisato tra due porte da calcio. L’emozione c’è. E si vede. «Anche se un prete è come un missionario – spiega Ottaviani – e deve essere sempre pronto a partire. Non bisogna mettere le radici in un luogo, perché la Chiesa potrebbe aver bisogno di me da un’altra parte. Dove ci saranno altre storie da scoprire, altre persone da assistere».

Dai problemi di paese, ai grandi temi nazionali, e non solo. Don Nando parla di tutto con semplicità e trasparenza. «Gli omosessuali e divorziati fanno parte della mia Chiesa. Il mio dovere è quello di spiegare la parola del vangelo agli esseri umani, considerandoli come tali». Ed ecco il segreto del buon prete, la stella polare del cammino ecclesiastico di don Nando Ottaviani: «È facile dare ordini dall’altare, ma questo non è fare il sacerdote. Io al “Voi” preferisco il “Noi”. Tutti dobbiamo impegnarci ad amare di più, ad essere più umani. La mia missione è la missione di tutti». La funzione si conclude e il campo sportivo di Coreglia scoppia in un lungo applauso, che risuona nella vallata ai piedi del centro storico.

Don Ottaviani ha gli occhi lucidi e ringrazia, saluta con la mano, si scatta alcune foto con i fedeli.

La festa va avanti mentre riparata all’ombra degli spogliatoi, una signora bisbiglia all’orecchio di un’amica: «Che prete che abbiamo, dobbiamo andarne fieri». —

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