Il Tirreno

Lucca

Una poesia per condannare il silenzio davanti all’odio e al razzismo al centro di un’inserzione, il racconto di chi l’ha commissionata  

Una pagina dedicata al sermone di Niemöller «Mi sembrava ingiusto restare indifferente»

Luigi Spinosi
Una pagina dedicata al sermone di Niemöller «Mi sembrava ingiusto restare indifferente»

LA STORIA LUCCAMi sembrava ingiusto restare indifferente: sta in queste cinque parole la spiegazione di una delle richieste più insolite mai giunte ai nostri pubblicitari. Un lettore ha chiesto di...

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LA STORIA

LUCCA

Mi sembrava ingiusto restare indifferente: sta in queste cinque parole la spiegazione di una delle richieste più insolite mai giunte ai nostri pubblicitari. Un lettore ha chiesto di acquistare una pagina, ma non per promuovere un prodotto o un’attività. No, su quella pagina (pubblicata sull’edizione odierna del Tirreno), doveva andare una poesia, e non una poesia qualsiasi.

“Prima vennero...”, questo il brano, nato da un sermone del pastore protestante tedesco Martin Niemöller, scelto dal lettore. Una poesia (spesso attribuita erroneamente a Bertolt Brecht) considerata un atto di accusa contro l’ignavia con cui i tedeschi, a partire dalla classe intellettuale, accettò supinamente l’avvento del nazismo. Semplicemente ignorando la divisione della società in gruppi che venivano via via attaccati (prima gli zingari, poi gli ebrei, gli omosessuali e i comunisti), fino a quando anche gli indifferenti finirono nel mirino.

«È partito tutto da un WhatsApp che mi aveva mandato una mia amica – racconta Marcello Vistrè, l’autore dell’inserzione – in cucina era appesa questa poesia, che mi è piaciuta. E ho fatto un’analogia con i nostri tempi». Il riferimento è chiaro, e va alle parole pronunciate nei giorni scorsi dal leader leghista Salvini a proposito dei rom (fra l’altro lo stesso gruppo citato per primo nella poesia di Niemöller).

«Mi sembrava ingiusto restare indifferente», e nessuno dovrebbe restare indifferente, aggiunge, al di là delle proprie idee: «Vorrei che la gente capisse, indipendentemente dal proprio colore politico, ché prima di tutto viene il rispetto dell’uomo».

«Io ho 66 anni – riprende – e la mia generazione è stata la prima ad avere avuto la grande fortuna di non aver vissuto la guerra o la dittatura, e di averle conosciute solo attraverso i racconti dei nostri genitori. Per fortuna, per noi, si tratta solo di ricordi tramandati». Una fortuna che, però, rischia di diventare un pericolo, visto che, non avendo vissuto certe esperienze, si rischia di dimenticarne gli orrori.

Ma lei è, chiediamo al lettore, politicamente come la pensa? Nel rispondere Vistrè sorride, come capita davanti ai ricordi piacevoli di quando eravamo giovani: «Avevo dieci anni quando mia zia mi fece la prima tessera, del Pci». Già, perché, una parte delle radici di Marcello Vistrè, trasferitosi a Lucca per lavoro, sono siciliane. E siciliana era la zia, quella della tessera: Gabriella Vistrè, classe 1912, sindacalista, segretaria della Camera del Lavoro di Bagheria e di Lentini, in prima linea nella difesa dei diritti delle donne e dei lavoratori. Un personaggio da raccontare, e c’è chi lo ha fatto (è infatti la protagonista di un docufilm, “E Gabriella fumava le Alfa”, e di uno spettacolo teatrale, “Sole d’inverno, storie di donne, arance e lotte”). Ma, tornando al tema, l’autore dell’inserzione ribadisce l’universalità del concetto della poesia di Niemöller: «Chiaramente, da un punto di vista politico, mi riconosco in una certa parte, ma credo che questo non c’entri assolutamente niente con il pensiero contenuto in quelle parole, che dovrebbe essere un pensiero di tutti».

Un pensiero, spiega, da ribadire in questi tempi in cui si respira un clima di odio e rancore crescenti, davanti ai quali «non mi piace restare indifferente, non lo sono mai stato». —

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