Sicurezza
La Camera penale sul caso Caturano: no processo popolare
Dopo le firme per la revoca del permesso all’investitore I penalisti: la magistratura giudica con le regole del diritto
LUCCA
Caso Caturano, la Camera penale: «La magistratura giudica in base alle regole di diritto e non secondo la volontà del giudizio popolare». . Nella notte tra il 4 e il 5 febbraio, un’auto travolse il 21enne Andrea Lucchesi e il 25enne Fabio Biagini all’uscita da un locale in Darsena, uccidendo il primo e ferendo gravemente il secondo. Una tragedia che ha sconvolto due città e lascio sgomenti i familiari del giovane deceduto e tutti quelli che lo conoscevano. Alla guida dell’auto c’era il 25enne di Torre del Lago Anthony Caturano, che dopo aver travolto i due giovani lasciò il luogo dell’incidente, rientrando nella propria abitazione. Venne poi arrestato dai carabinieri e sottoposto agli arresti domiciliari che valgono tutt’ora, fatta salva l’attività lavorativa autorizzata. Contro la decisione del gip di concedergli il permesso di andare al lavoro, ha presentato appello la procura di Lucca (pm Salvatore Giannino) con una contestazione sia nel merito che nel metodo. I familiari del giovane deceduto, inoltre, hanno dato avvio a una raccolta firme per chiedere la revoca del permesso: circa 6mila le firme prese in meno di 90 giorni. La petizione nei giorni scorsi è arrivata sulla scrivania del presidente del tribunale di Lucca, Valentino Pezzuti. I genitori di Andrea, Mario e Fiorella, insieme al fratello Giacomo e all’avvocata della famiglia Cristiana Francesconi sono stati ricevuti da Pezzuti per un colloquio.
In questo scenario si colloca la comunicazione di ieri della Camera penale. «Poco tempo fa, in Darsena, a seguito di un tragico sinistro stradale, un ragazzo di 25 anni ha ucciso – questa la ricostruzione accusatoria – un altro ragazzo di 21 anni. Giovani che, in luogo di una serata di divertimento, si ritrovano, loro malgrado, le vite spezzate. Il processo ancora non è stato celebrato ma l'indagato, che è agli arresti domiciliari, ha chiesto di poter ottenere un permesso per andare a lavoro. Questa richiesta, peraltro del tutto usuale nella quotidianità delle aule giudiziarie, ha sollevato reazioni avverse, tanto da comportare una raccolta firme per chiedere al tribunale competente che venga revocato il permesso di lavoro e possibilmente una sentenza esemplare».
«Comprendiamo – prosegue la nota – il dolore della famiglia che ha perso così tragicamente il proprio figlio perdita per la quale ci sentiamo vicini e a cui esprimiamo tutta la nostra umana vicinanza, ma non vogliamo certamente entrare nel merito, che dovrà essere valutata dagli organi giurisdizionali deputati. Tuttavia, una simile situazione postula l’idea che la magistratura possa giudicare secondo la volontà del giudizio popolare invece che in base alle regole di diritto. Viceversa, il giudice, terzo e imparziale, deve essere lasciato libero di giudicare senza condizionamenti di sorta alcuna, di esprimersi in base al libero convincimento e nel rispetto delle regole del processo penale, se del caso punendo con sanzione che tenga conto dell’aspetto retributivo dovuto all’illecito eventualmente commesso ma anche del fine rieducativo della pena. Ciò all’esito di un processo penale che non solo da voce alla Pubblica Accusa e alle legittime aspettative della parte privata, ma anche alla Difesa dell’accusato, la cui presenza è naturale per garantire l’equo processo, come inteso a livello nazionale e sovranazionale».
«È questa la giustizia – conclude la nota – intesa dai nostri padri costituenti, cioè un insieme di regole finalizzate a disciplinare il fenomeno della penalità in un sistema democratico e civile, in cui un soggetto, riconosciuto come colpevole, deve essere sanzionato, recuperato e reso a quella stessa società che lo ha giudicato. Una giustizia in nome del popolo che non deve essere concepita come una giustizia del popolo. Non esistono alternative rispetto a questo schema in uno Stato di diritto».
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