Sicurezza
Gli Usa visti in bianco e nero
S’inaugura oggi al Lu.C.C.A. la grande mostra dedicata a Henri Cartier-Bresson con oltre 100 foto
LUCCA . Marilyn Monroe in un momento di relax, Igor Stravinskij abbracciato al suo gatto nero, Truman Capote adolescente. E poi i neri di Harlem, le ricche signore di Manhattan, i disoccupati anziani di Los Angeles. E' l'America di Henri Cartier-Bresson, tra i grandi fotografi del secolo scorso, che il museo Lu.C.C.A mette in mostra dal 16 giugno all'11 novembre con oltre cento immagini in bianco e nero provenienti dalla Fondazione Bresson e dalla Magnum Photos, la celebre agenzia di cui il reporter francese fu tra i fondatori. L'esposizione raccoglie gli scatti da lui realizzati negli Stati Uniti dal 1935 fino al termine degli anni Sessanta: trent'anni in cui Bresson tornò regolarmente in America, dopo il primo viaggio nel 1935, quando scoprì il cinema di Hollywood e ne rimase affascinato. Ma in seguito ad incuriosirlo fu l'intera società di un Paese in continua e veloce trasformazione, del quale catturò mille istanti di normalità, rendendola straordinaria. «Non è la mera fotografia che mi interessa – diceva -. Quello che voglio è catturare una frazione di secondo della realtà». Così va nelle strade di Harlem tra i neri, oppure nei quartieri di Los Angeles tra gli ispanici e i disoccupati bianchi, o ancora nei viali di Manhattan a immortalare le signore dell'alta borghesia. Anche i vip trasudano normalità nei suoi scatti: Stravinskij, tra i più grandi compositori del Novecento, che abbraccia il suo micione; Robert Oppenheimer, il fisico della meccanica quantistica che scoprì la prima bomba atomica e poi si rifiutò di lavorare alla costruzione di quella a idrogeno, in un momento di relax a fumare la pipa; lo scrittore William Faulkner a casa tra i suoi cani. E poi Marilyn, ripresa in Nevada sul set de “Gli spostati” in un momento di pausa: lo sguardo verso l'obiettivo e Bresson coglie l'attimo di verità, senza pose di scena né altri artifici, c'è solo lei, la divina, e il suo impercettibile strabismo. «All'apice della carriera – sottolinea Maurizio Vanni, curatore della mostra – Bresson poteva fotografare tutte le persone famose che voleva. Ma non gli interessavano tutti, preferiva quelli meno disciplinati. Perché era libero, un randagio libero che, per fare alcuni esempi, non sopportava gli editori per la loro propensone a tagliare le foto ai fini della pubblicazione, si stampava da solo tutte le immagini scegliendone solo poche delle tantissime che aveva scattato e non gli importava della fama». Che per lui – di agiata famiglia - arrivò a cavallo tra il 1947 e il 1952 con il viaggio in Oriente dove documentò alcuni grandi avvenimenti come il funerale di Ghandi, la liberazione dell'Indocina e la rivoluzione di Mao in Cina con la creazione della Repubblica popolare. Nel 1947, prima di partire, Bresson aveva fondato la Magnum insieme a Robert Capa e altri reporter. Aveva 39 anni, era stato prigioniero di guerra dal 1940 al 1943 e nel 1945 aveva fotografato la liberazione di Parigi. Alle foto si era avvicinato, abbandonando la passione giovanile per la pittura, quando ne aveva 24 durante un viaggio in Costa d'Avorio: con se aveva una Leica, quel marchio che da allora non lasciò più. La mostra sarà aperta in orario 10-10 dal martedì alla domenica. Lunedì chiuso. Ingresso 9 euro.
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