Proteste
Niente domiciliari per gli spacciatori
Restano in carcere perché non c’è la disponibilità del braccialetto elettronico
LUCCA. Restano in carcere Hasan Lisi, 23 anni, albanese e Daniel Valentin Ungureanu, 28 anni, origini rumene, finiti in carcere lo scorso 19 maggio in quanto ritenuti, assieme alla mente dell’organizzazione Adelina Lisi, 40 anni, i titolari del market della droga nel condominio di via Sforza a S. Anna. Ma non perché il giudice delle indagini preliminari rigetta l’istanza di arresti domiciliari in luogo diverso da quello dell’appartamento di via Sforza. Anzi, accoglie la richiesta della difesa. Ma non può scarcerare i due per il semplice fatto che avrebbe dovuto far applicare ai pusher il braccialetto elettronico. E non può farlo per una semplice ragione: non ve ne sono disponibili.
IL CASO DEI BRACCIALETTI
Le semplici cavigliere servono a controllare i detenuti agli arresti domiciliari. Ma adesso sono finite. E il risultato è che i detenuti beneficiari dei domiciliari non potranno tornare a scontare la custodia cautelare a casa, ma dovranno restare all’interno del penitenziario. La storia dei braccialetti elettronici comincia nel 2001 con un primo accordo tra il Ministero dell’Interno e la Telecom. All’inizio l’utilizzo dei braccialetti elettronici è previsto solo nelle province di Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania. Poi nel 2003 Telecom sottoscrive un altro accordo, che prevede la fornitura di 400 braccialetti in tutta Italia. Il costo è di 10 milioni l’anno fino al 2011. Nel 2013 parte il nuovo appalto: se lo aggiudica la Telecom che questa volta fornisce 2000 braccialetti di controllo. Ma il numero risulta insufficiente e servirebbero ogni anno nuovi appalti. Ma i soldi non ci sono. E allora? Bisogna attendere che si «liberino» i primi due braccialetti occupati da detenuti domiciliari in Toscana. E sino a quel momento Lisi e Ungureanu restano a San Giorgio. Il gip ha respinto la richiesta di dissequestro di appartamenti e dell’auto di lusso in uso alla famiglia albanese. (l.t.)
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