Il Tirreno

Lucca

San Davino, le scoperte dei ricercatori

di Barbara Antoni

Rinvenuta anche una striscia di seta lucchese di mille anni fa contenuta nell’urna

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LUCCA. L’analisi scientifica come un romanzo sulla storia di San Davino, il pellegrino proveniente dall’Armenia, morto a Lucca nel 1050: un santo in parte “dimenticato” seppure la sua storia rappresenti un bellissimo esempio di accoglienza. L’ha condotta il professor Gino Fornaciari, anatomopatologo dell’Università di Pisa con la sua équipe di ricercatori, grazie a un progetto della parrocchia del centro storico di Lucca guidata da don Lucio Malanca, finanziato con fondi del Lions Club Le Mura e della Fondazione Cassa di Risparmio.

Le prime ricerche sulle spoglie di San Davino hanno portato alla luce, tra le altre, anche reliquie che rappresentano una testimonianza unica della vita di Lucca dell’epoca: come il tessuto di seta lucchese - delle dimensioni circa un metro e mezzo per dieci centimetri - rinvenuto in un recipiente trovato dentro l’urna che custodisce, nella chiesa di San Michele in Foro, il corpo mummificato del santo. «Un tessuto bellissimo - spiega il professor Fornaciari - e rarissimo: in Europa non ne esistono più di dieci esemplari, mentre a Lucca non ne erano mai stati rinvenuti, seppure sia stata famosa per la produzione della seta. La Soprintendenza, al corrente di questa scoperta, ne è molto soddisfatta». La colorazione, stinta dai mille anni di conservazione, fa intravedere toni sul rosso e disegni a fiore di loto. Sempre nell’urna, i ricercatori hanno trovato un frammento di broccato di seta sui quali è ricamato, con il filo d’oro, San Michele che uccide il drago: in questo caso si tratta di un tessuto di epoca più tarda, riconducibile al Trecento.

Le analisi scientifiche preliminari (ne seguiranno altre, con tempi tecnici di circa un anno, sul Dna, che verranno effettuate nei laboratori dell’Università di Pisa) hanno già dato importanti risultati. «Dati macroscopici acquisiti attraverso indagini radiologiche e radiografiche - spiega Fornaciari -. La Tac sul corpo mummificato è stata eseguita nella clinica lucchese delle Barbantine. Le indagini hanno confermato che si tratta di una persona di sesso maschile, di età sui venticinque anni, con una statura di 1,72 metri calcolata sui dati antropologici e una corporatura robusta. Si presume che avesse praticato un’attività fisica abbastanza intensa: lo provano i reperti, che denotano una parte del modello ergonomico del cavaliere».

Dai riscontri effettuati infatti è emerso che il corpo di San Davino presenta anche e bacino arcuati, tipici di chi va a cavallo. Altro dato importante, «la dentatura non usurata: significa che mangiava bene, a differenza della maggior parte della gente dell’epoca. È presente una brutta carie al terzo molare: indizio del fatto che Davino aveva consumato cibi zuccherini e a base di miele».

Elementi che avvalorano dati storici finora approssimativi sulla vita del santo pellegrino: il fatto che provenisse da una famiglia benestante e che a un certo punto della sua vita avesse deciso di spogliarsi dei suoi averi per donarli ai poveri e dedicarsi a Dio.

Da ulteriori analisi è emerso che Davino aveva sofferto di periostite, malattia infettiva non grave, della quale era guarito. Nel suo cranio invece sono state analizzate due lesioni importanti, risalenti a 2-3 anni prima del decesso. «La prima e più grave derivante probabilmente da una martellata - spiega ancora il professor Fornaciari - che aveva provocato un avvallamento della parte frontale destra del cranio. La seconda invece è una lesione causata da un fendente, sembra una lama dentata, più superficiale ma anche questa piuttosto grave. Non a caso San Davino è invocato come santo taumaturgico del mal di testa».

La particolarità che aiuta a ricostruire la storia di San Davino è che la ferita era stata cauterizzata con un ferro rovente di forma pentagonale. «Una pratica che si ritrova già in epoca romana - aggiunge Fornaciari - ma che ebbe successo particolarmente in ambito arabo e bizantino, e io ritengo che fu più probabilmente trattato da un medico arabo: questo elemento dimostra che Davino era arrivato dall’oriente, e l’Armenia era un pezzo della Turchia attuale. Secondo le fonti storiche, era stato fino a Gerusalemme e a Roma prima di arrivare a Lucca, da dove voleva percorrere la via Francigena per raggiungere Santiago di Compostela».

Dalla mummia scheletrica «piuttosto malridotta» il professor Fornaciari ha prelevato anche un piccolo campione dall’intestino per fare un’analisi della flora intestinale e dare indicazioni sulla vita di quest’uomo e delle malattie che lo colpirono. Secondo le fonti storiche, morì per una forte infezione, nel 1050, dopo essere stato ricoverato nell’ospedale di San Michele. Le cause precise saranno stabilite dall’analisi del Dna. «Ma faremo anche un’indagine paleobotanica ed entomologica», conclude Fornaciari. Appuntamento tra un anno per i risultati. Per altri capitoli di questo sorprendente romanzo su San Davino Armeno, il santo pellegrino a molti ancora sconosciuto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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