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Truffe e bancarotte, sgominata la rete

Truffe e bancarotte, sgominata la rete

L’accusa: pilotavano fallimenti. Maxi truffa da 50 milioni. Due in carcere, 23 ai domiciliari, sequestrati beni per 36 milioni

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PISTOIA. Un'organizzazione criminale dedita a truffe, evasione fiscale e bancarotta fraudolenta, ma anche ad estorsione, usura e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: carabinieri e Guardia di finanza di Pistoia sono certi di aver smantellato un’associazione a delinquere con inquietanti punti di contatto con il crimine organizzato, soprattutto la ’ndrangheta calabrese. Ieri sono stati eseguiti provvedimenti cautelari verso 28 persone: due sono finite in carcere, 23 agli arresti domiciliari e una ha obbligo di dimora. Gli ultimi due sono ancora ricercati.

Le ordinanze erano firmate dal gip Alessandro Buzzegoli. Gli arresti in carcere sono scattati per Ignazio Ferrante, 52 anni, originario della provincia di Reggio Calabria, domiciliato a Pieve a Nievole, ex commercialista radiato dall'albo e già condannato per associazione a delinquere di tipo mafioso e per Demetrio Caracciolo, 60 anni, originario di Reggio Calabria, residente a Massa e Cozzile, imprenditore.

È questo l'atto finale di una inchiesta iniziata nell'aprile 2015, battezzata “Amici nostri”, che strada facendo si è intersecata con un'altra indagine (“Pluribus”) che riguardava, in parte, gli stessi personaggi. Un'inchiesta che complessivamente ha coinvolto 163 persone, portata avanti in modo coordinato da carabinieri e Guardia di finanza, che hanno lavorato insieme sotto la guida di due pm pistoiesi, Fabio Di Vizio (ora trasferito in un'altra sede) e Claudio Curreli, che ha partecipato alla conferenza stampa con il comandante provinciale dei carabinieri Lucio Pica e quello della Guardia di finanza Francesco Todisco.

L'inchiesta ipotizza che Ferrante, con i commercialisti Vincenzo Fera e Angelo Alberto Breschi, avessero creato una vera e propria organizzazione a delinquere che aveva come primaria attività la bancarotta fraudolenta, l'evasione ed elusione fiscale, l'illecito impiego di capitali, trasferiti anche all'estero. In sostanza le imprese coinvolte venivano "svuotate" delle risorse aziendali, fino ad arrivare all'insolvenza o addirittura al fallimento. A quel punto le aziende venivano intestate a dei prestanome senza risorse proprie, che quindi vanificavano ogni tentativo di recuperare attività. Il tutto accumulando ingenti debiti nei confronti del Fisco con le tasse evase. Secondo gli inquirenti, sommando i danni subiti dai creditori e dall'Erario nel giro di una decina di anni - da tanto sarebbe operativa l'organizzazione - si raggiunge una cifra di 50 milioni.

Ma una parte degli appartenenti all'organizzazione criminale, secondo gli inquirenti, utilizzava le aziende che di fatto controllava, per commettere altri reati, e di questo si è occupata l'inchiesta "Pluribus". In sostanza, venivano fatte figurare assunzioni fittizie, con l'obiettivo di aiutare migranti ad ottenere il permesso di soggiorno, oppure a far erogare all'Inps indennità di disoccupazione (Naspi) non dovute e così via.

Nel corso dell'operazione sono state sequestrate per la confisca 8 aziende, con sedi a Pistoia, Buggiano e Montelupo Fiorentino, dei settori della ristorazione, movimento terra, edilizia, vendita di tabacchi. Sequestrati anche beni immobili e mobili, conti correnti e depositi bancari per un ammontare complessivo di circa 36 milioni di euro. I nomi delle aziende non sono stati forniti, perché, come ha spiegato Curreli, continuano a funzionare, in modo regolare, sotto il controllo di amministratori giudiziari che sostituiscono gli amministratori effettivi e quelli fittizi, per cui un loro coinvolgimento esplicito danneggerebbe i dipendenti, estranei alle inchieste.

Nel corso della conferenza stampa è stata ribadita l'efficacia della collaborazione tra carabinieri e finanzieri. «È un'operazione importante, quella portata a termine - ha sottolineato il sostituto procuratore Claudio Curreli - perché ci ha consentito di bloccare personaggi e aziende che di fatto drogavano l'economia della provincia e si indebitavano con il fisco. Il segnale che vogliamo inviare è che a Pistoia non c'è spazio per infiltrazioni legate alla criminalità organizzata, di qualunque tipo».

Fabio Calamati

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