Il Tirreno

Lucca

Rivelava informazioni segrete condannato maresciallo dell’Arma

di Melania Carnevali
Rivelava informazioni segrete condannato maresciallo dell’Arma

La Cassazione ha confermato i tre anni e un mese di reclusione per Antonello Clementi, del Norm era entrato nel sistema informatico del ministero per dare notizie segrete a un investigatore privato

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LUCCA. È entrato più volte nella banca dati del ministero dell’Interno, quello che contiene i dati relativi alla sicurezza pubblica, per prendere informazioni segrete su alcune persone e poi rivelarle all’agenzia di investigazione privata fiorentina che gliele aveva chieste. Per questo Antonello Clementi, maresciallo dei carabinieri del Norm di Viareggio (sospeso dal 2011) è stato condannato dalla Cassazione a tre anni e un mese di reclusione per rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio e accesso abusivo al sistema informatico. Adesso rischia la radiazione dell’Arma. La sentenza, arrivata martedì sera, ha confermato la condanna emessa dalla Corte di appello ormai due anni fa.

Tutto è successo a cavallo tra il 2006 e il 2008. In quel periodo Clementi (classe 1961, romano e residente a Quiesa) era il comandante dell’aliquota radiomobile dei carabinieri di Lucca: incarico che ha tenuto fino al 2009, anno in cui è arrivato al Norm di Viareggio. Dietro richiesta del titolare di un’agenzia di investigazione fiorentina (anche lui finito sotto inchiesta) entrava abusivamente nel Sdi (Sistema di informazione interforze del ministero dell’Interno) per trovare informazioni («che dovevano rimanere segrete», si legge nel capo di imputazione)su alcune persone che avevano a che fare con i clienti dell’agenzia di investigazione. Informazioni come eventuale denunce, che poi sarebbero servite ai clienti dell’agenzia, spesso imprenditori, per prendere decisioni private.

La procura di Firenze lo ha scoperto quasi per caso. Stava indagando sull’investigatore per un presunto caso di corruzione poi finito in una bolla di sapone. Dalle intercettazioni telefoniche è saltato fuori il giro di favori. Clementi, davanti ai giudici, si è sempre difeso sostenendo che le informazioni che ha rivelato all’investigatore privato sono servite anche a incastrare eventuali truffatori (un cliente dell’agenzia ha querelato infatti le persone su cui aveva chiesto di indagare e ci sono stati due rinvii a giudizio). Tesi che non ha mai convinto i giudici di primo, di secondo e adesso di terzo grado che lo hanno condannato per «aver rivelato notizie di ufficio che dovevano rimanere segrete» violando quindi «i doveri inerenti alle funzioni o al servizi» e per essersi introdotto «abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza». Subito in primo grado invece era caduta l’accusa di corruzione (secondo la Procura di Firenze Clementi aveva ricevuto denaro in cambio) perché il fatto non sussiste. Il 10 aprile era arrivata anche la sentenza della Corte dei conti che ha assolto Clementi dall’accusa di danno erariale. «Pur riconoscendo il reato – spiega il legale – il giudice contabile ha riconosciuto quindi che non era così grave da avere una pretesa di risarcimento». La condanna della Cassazione invece è a 3 anni e un mese.

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