Attenzione
«C’è fragilità dietro quei video»
La dottoressa Fistesmaire analizza la condizione degli adolescenti di oggi
LUCCA. «L’adolescente di oggi pare “ovattato” da una famiglia che se da un lato iperprotegge dall’altro rende minaccioso il mondo esterno. Così diventa difficile affrontare il dolore e l’angoscia della crescita». A parlare in questi termini degli adolescenti è la dottoressa Patrizia Fistesmaire, psicologa psicoterapeuta nonché responsabile del consultorio della Piana di Lucca per l’Asl nord ovest, un luogo da cui passano decine di giovani in cerca di sé.
Dottoressa, che idea si è fatta della vicenda del Carrara?
«È un evento triste perché mette tutti gli adulti di fronte a un’inquietudine esistenziale ove si tende a mettersi nei panni del professore più che del giovane. Quello che vediamo non è un conflitto generazionale, ma un atto che segue una logica differente dalla contestazione e dalla lotta tra il giovane e l’adulto, tra lo studente e la scuola, per l’affermazione di sé».
C’è qualcosa che l’ha colpita particolarmente in quel video?
«Mi ha colpito il video innanzitutto. E anche l’uso che ne è stato fatto. Sono i ragazzi della Net generation, ovvero la prima generazione che ha raggiunto la maturità nell’era del digitale. Sono diventati delle vere e proprie autorità, capaci di modificare gli ambiti della società, i codici comunicativi, i linguaggi, le regole. Ma sono i nostri figli, e non degli eroi. Nelle vicende di cronaca dell’ultimo periodo è centrale la spettacolarizzazione, il rendere virale una situazione che in altre epoche nessuno avrebbe commentato. Adesso diventa un atto da mostrare, in una logica edonista e perversa che in realtà racconta di una profonda fragilità».
Cosa intende?
«Gli adolescenti di oggi hanno nuovi bisogni rispetto al passato poiché sono figli di una società notevolmente mutata. Sono i fratelli dei “fannulloni”, i figli dei precari, i compagni di classe dei figli dei primi migranti. Respirano un’aria intrisa di sfiducia nella collettività e di progressiva denigrazione della Cosa pubblica. Le istituzioni non rappresentano più il punto di riferimento da cui anche prendere distanza o confliggere, ma di cui comunque era riconosciuta la funzione».
Alcuni osservatori hanno segnalato l’atteggiamento passivo del professore.
«Più che passività pare angoscia e a un certo punto rassegnazione. Come se fosse complicato reagire a un attacco che mina non solo l’autorevolezza della scuola, ma anche della persona. Non si tratta di uno scontro teso alla vittoria e al rispetto di un diritto, ma di un tentativo di umiliazione, dunque di soddisfazione legata solo a questo».
Si parla sempre più spesso di bullismo: è realmente un fenomeno in crescita?
«Dal Rapporto Italia 2018 dell’Eurispes la metà dei ragazzi italiani tra gli 11 e 17 anni è stata vittima di atti di bullismo e le femmine vengono prese di mira più spesso dei maschi. Il fenomeno è più frequente tra chi ha pochi amici e la migliore cosa da fare per difendersi è sicuramente parlare. E prima di tutto parlare con i genitori».
Poche settimane fa un episodio analogo si è verificato al Paladini. Qual è la situazione delle scuole lucchesi?
«Non ci sono scuole in cui questi fenomeni avvengono più che in altre, ma ci sono scuole ove si inizia ad avere un’attenzione maggiore al dialogo tra genitori e insegnanti e all’ascolto dei nuovi bisogni educativi. Soprattutto è importante che siano gli insegnanti stessi a mettersi in gioco.
In che senso?
«Occorre stabilire un patto educativo di collaborazione tra famiglie e scuola in primis, anche con tutte le altre agenzie educative: dal servizio sanitario ai territori, dai centri di aggregazione giovanile alle società sportive, musicali etc. Questo metodo di comunicazione e di crescita dell’individuo oltre che dello studente potrebbe rappresentare la chiave di volta nella relazione con una generazione che ha sempre più bisogno del dialogo e del contatto diretto a fronte dell’iperdigitalizzazione. I ragazzi pretendono risposte chiare, competenti e intelligenti. Hanno bisogno di sentire che dietro ad un insegnante c’è un genitore, e dietro a una famiglia c’è una società di cui riconoscono i valori e i confini».(g.p.)
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