Il Tirreno

Lucca

San Concordio dà l’addio al “suo” Attila

di FLAVIA PICCINNI

Oggi i funerali del clochard morto in un incendio Ecco il suo ritratto nelle parole di chi lo conosceva

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Oggi pomeriggio, alle 15,30 nella chiesa parrocchiale di San Concordio, si terranno i funerali di Sandor Attila Szabo, il clochard morto nell’incendio della baracca dove aveva trovato rifugio. Una storia che ha commosso l’intera città e, in particolare, ha evidenziato il ruolo del volontariato che a lungo ha aiutato Attila. Ecco come la scrittrice Flavia Piccinni ricostruisce la vicenda e l’identità di questa persona, forse ai margini della società ma certo non ai margini nei pensieri di chi l’ha conosciuto e lo ricorda per noi.

di FLAVIA PICCINNI

Come si fa a raccontare una vita spezzata senza retorica? Come si fa a raccontare la vita di un uomo che viveva in un pollaio, senza riscaldamento, per terra, fra le lattine di birra e i cartoni di latte? Come si fa a non infuriarsi – a non piangere, a non sentirsi colpevoli, a non sentirsi inutili, a non sentirsi bestie perché bestie siamo quando volgiamo lo sguardo altrove, ogni volta, annullando le necessità degli altri e concentrandoci esclusivamente sulle nostre – per Attila? E per quelle decine di uomini e di donne che vivono nella nostra città, e noi ce li abbiamo sotto gli occhi, ma li attraversiamo come se fossero trasparenti?

Io per prima. Oggi San Concordio, la sua San Concordio, gli dirà addio. Ma cosa resterà di Attila oltre le foto della sua dimora saltata in aria, lui sotto le tegole? Cosa resterà di Attila se non questa fotografia, che ne ferma il viso e l’espressione per sempre? Per raccontare una vita non basta una vita. E allora, come raccontare Attila?

Mi sono tormentata per giorni e poi sono arrivate le parole di chi lo conosceva, di chi gli voleva bene. E il metodo usato dallo scrittore sardo Sergio Atzeni, quando per raccontare ne “Il figlio di Bakunin” la storia di Tullio intervista un paese, una terra, il passato e il presente.

Per raccontare Attila, dunque, ecco le voci e i ricordi chi lo ha conosciuto. Un lungo flusso di coscienza, perché sono i ricordi a rendere le vite immorali.

«Attila aveva quarantasette anni. Era nato in Ungheria e di là, diceva lui, per motivi politici era andato con la famiglia in Romania. Il padre e la madre lavoravano in una cooperativa e lui aveva frequentato una scuola tecnica che lo avviò al lavoro di meccanico per automobili. La situazione economica peggiorò quando al padre furono amputate tutte e due le gambe. Diceva sempre che il padre era molto buono. In Italia è venuto all’inizio del Duemila, al seguito di una sorella sposata con cui abitava. Ma i rapporti non erano buoni e andò a vivere per conto suo».

«Attila era magro, dinoccolato, non molto alto. Occhi blu e barba mai rasata. Si vestiva come gli capitava con quello che gli veniva regalato o dalla Caritas o dai tanti che lo conoscevano. Era freddoloso per cui d’inverno portava sempre tante maglie, e i pantaloni del pigiama. In genere era sorridente e bonario, mai petulante, sempre pronto alla battuta».

«Chiedeva l’elemosina solo saltuariamente e solo per quello che gli era necessario: soprattutto l’acquisto del vino. Con il passare del tempo mangiava sempre meno e beveva sempre più, e spesso finiva per essere brillo. Questa vita sregolata aveva minato il fisico debilitato e dolorante. Camminava male e diceva di avere dolori alle gambe. Ultimamente aveva perso due denti incisivi che avevano cominciato a dondolargli».

«Lo incontrai qualche tempo fa. E gli dissi: mica hai bevuto? Lui: una grappa, mi sono tolto due denti e l’ho presa per disinfettarmi la bocca. E sorridendo mi faceva vedere come si era tolto i denti».

«Tutto il suo bagaglio era uno zainetto che alla Caritas gli avevano regalato e dove teneva le cose di cui aveva bisogno. Un po’ di biancheria, la pila per la notte, lamette da barba e qualcosa da mangiare. Ultimamente aveva comprato da suo amico “nero” per 7 euro un borsello di cui andava molto fiero e spesso girava con quello».

«Il resto della sua roba, la teneva nella sua baracca. In questi ultimi anni infatti dormiva in una baracca, probabilmente un pollaio, nella zona di San Concordio. Spesso, in estate soprattutto, dormiva anche all’aperto. Lì aveva sistemato un pancale con sopra un materassino e un involto di coperte, qualche bottiglia, qua e là vestiti alla rinfusa; e intorno alla baracca i segni di una vita sregolata: lattine, lattine e lattine, cenci, vestiti, sedie... di tutto. La baracca doveva accogliere saltuariamente altri disperati come lui viste le lattine messe tutto intorno. Durante il giorno se ne stava acquattato qua e là con qualche amico, e alla sera verso le otto, alla chiusura dei supermarket, con una pila e l’ultimo vino di giornata, si recava nella capanna a dormire».

«Una volta gli chiesi: Che ci fai nella baracca solo al buio a quell’ora? E lui mi guardò, gli occhi chiari come trasparenti: Niente… Penso…».

«Nei confronti di Attila c’era da parte di tutti un atteggiamento positivo di comprensione. Non pretendeva. Chiedeva quello che serviva e soprattutto ringraziava. Ringraziava sempre. Amabile con le signore spesso si presentava con qualche fiore strappato da chissà dove. Nel quartiere tutti gli volevano bene: era sentito come un povero amico, non come un pericolo».

«A febbraio e marzo dormiva alla Croce Verde, ma per le sue intemperanze fu allontanato a fine marzo, e tornò a dormire nella sua baracca. Qualche settimana fa lo trovai al supermercato con una bottiglia di alcol denaturato: Attila che fai? Ora ti metti a bere anche questo? Lui mi fissò, e sorridendo: No, serve per scaldarmi. Metto l’alcol in una pentola e poi gli do fuoco!».

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