Gioco
Attende il marito disabile per ore ma i medici lo hanno già dimesso
La nuova prassi di non far entrare i parenti nell’area visite crea disagi a una coppia di Mastiano Lui rimandato in ambulanza a casa (dove non c’è nessuno), mentre lei resta ad aspettare in ospedale
LUCCA. Accompagna il marito disabile e sofferente al Pronto soccorso. Gli infermieri la mandano in sala d’attesa e la lasciano lì per ore. Alla fine scopre che l’uomo è stato dimesso e rimandato in ambulanza a casa, dove peraltro non c’è nessuno visto che lei è in ospedale ad attenderlo.
La regola. Una storia singolare quella avvenuta sabato scorso all’ospedale San Luca di Lucca, che si ricollega alla direttiva sull’esclusione dei parenti-accompagnatori dall’area visite del Pronto soccorso, di cui il Tirreno ha scritto nei giorni scorsi. La nuova regola è in vigore dal 5 febbraio, giorno in cui sono terminati i lavori di adeguamento: abbattuti i mini-ambulatori, al loro posto sono sorti tre open space, al cui interno i pazienti sono divisi da semplici separé. La nuova disposizione degli spazi va di pari passo con un rinnovato modello organizzativo, che oltre a velocizzare la presa in carico dei pazienti in arrivo (negli ultimi due mesi le prestazioni sono molto migliorate) dà un giro di vite sulla presenza dei parenti al loro fianco. Chi accompagna il malato può entrare solo a discrezione del medico, altrimenti resta in sala d’attesa dove un infermiere o un oss dovrebbero tenerlo aggiornato.
La coppia di Mastiano. Il condizionale è d’obbligo perché la storia raccontata dalla signora Maria Elisa Mechetti, 63anni di Mastiano, dimostra che il nuovo sistema non funziona bene. «Sabato pomeriggio mio marito, 69 anni disabile al 100% e con una serie di problematiche acclarate, – dice la signora – si è sentito male a casa. La guardia medica ha ritenuto opportuno farlo portare all’ospedale così abbiamo chiamato il 118 ed è arrivata l’ambulanza della Croce Verde di Ponte a Moriano che lo ha trasportato al Pronto soccorso in codice giallo, mentre io sono andata dietro con la mia macchina. Saranno state circa le 13,30 quando siamo arrivati: mio marito è stato subito visitato e il medico mi ha fatto chiamare per avere alcune informazioni, dato che lui parla con difficoltà. Dopo la visita ha ritenuto opportuno sottoporlo a una Tac: a quel punto l’infermiere mi ha detto che io dovevo tornare in sala d’aspetto, perché così prevedono le nuove disposizioni. Non ho fatto storie e sono uscita».
La lunga attesa. Saranno state più o meno le 14,30 e da quel momento la signora Mechetti è rimasta in sala d’attesa, a controllare la situazione sul monitor: «Accanto al numero 329, quello assegnato a mio marito – dice la signora – compariva la scritta “In visita”. È rimasto così per qualche ora. Ogni tanto chiedevo aggiornamenti alle infermiere: mi dicevano che stavano facendo accertamenti e che dovevo solo aspettare».
Improvvisamente, attorno alle 20, il numero 329 scompare dal display: «Mi sono preoccupata, non capivo cosa stesse succedendo – dice la signora – Mi hanno detto che mio marito sarebbe stato dimesso. A quel punto ho fatto presente che c’era bisogno dell’ambulanza, perché ha problemi a camminare e a casa nostra ci sono le scale. Hanno preso nota e ho fatto cenno che sarei tornata a sedermi in attesa che mi chiamassero per parlare con il medico o per dirmi che l’ambulanza era arrivata. «Sì, sì: non si preoccupi», ha detto l’infermiera. Ma niente, il tempo passava e nessuno si faceva vivo. Così alle 21,30 sono andata di nuovo allo sportello. L’infermiera ha controllato sul computer, ha fatto una faccia strana e poi è entrata nell’area visite. È uscita un minuto dopo e mi ha preso da parte, probabilmente intuendo che quello che stava per dirmi mi avrebbe fatta arrabbiare. In pratica mi ha comunicato che mio marito era già stato dimesso, senza che venissi avvertita. Chiaramente sono rimasta di sasso. Anche perché a casa non c’era nessuno, a parte il nostro pastore tedesco. Volevo parlare col medico per capire come stava mio marito, a quali accertamenti era stato sottoposto e soprattutto se potevo o non potevo continuare a somministrargli le medicine che prende abitualmente. A quel punto l’infermiera mi ha fatto entrare ma il dottore di turno non ha saputo dirmi granché: il collega che aveva dimesso mio marito aveva già staccato». Mentre va in scena questo siparietto dell’assurdo, la signora Mechetti chiama sua nipote: «Abita vicino casa nostra – racconta la donna – le ho chiesto di vedere se c’era l’ambulanza. Mi ha richiamato un secondo dopo per dirmi che era arrivata a Mastiano giusto in quel momento. Così sono partita di corsa».
Il diritto di sapere. Una storia singolare che dimostra come la prassi di lasciare i parenti in sala d’attesa possa causare disagi se non viene gestita bene. «Io non contesto l’esclusione – dice la signora – Ma pretendo di essere informata». All’Asl risulta che il paziente fosse in buone condizioni e in grado di comunicare da solo. Secondo quanto risulta all’azienda, la signora ha avuto due aggiornamenti: uno al momento della prima visita e uno attorno alle 20. Ma è evidente che a quel punto qualcosa non ha funzionato.
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