Sicurezza
Ai fratelli Papeschi capannoni e uffici della ditta Anthea
LUCCA. Il capannone di via della Canovetta a San Pietro a Vico dove dal 1997 sino al 2015 era ubicata «l’Anthea Tecnologica e Ambiente» posta in liquidazione e poi fallita nel giugno di tre anni fa è...
LUCCA. Il capannone di via della Canovetta a San Pietro a Vico dove dal 1997 sino al 2015 era ubicata «l’Anthea Tecnologica e Ambiente» posta in liquidazione e poi fallita nel giugno di tre anni fa è stato aggiudicato all’asta dalla società «Ivano Papeschi srl», la nota azienda di serramenti in via per Camaiore a Monte San Quirico dei fratelli Franco e Marco Papeschi. Un complesso di 1180 metri quadrati su due piani: uffici e mazzino-laboratorio. Il curatore fallimentare Massimo Romiti li aveva suddivisi in due lotti valutando il primo piano 355mila euro e il piano terreno 310mila euro. All’asta fallimentare con iniziale ribasso del 20% hanno partecipato soltanto i fratelli Papeschi che si sono aggiudicati il complesso sborsando 289mila euro. Un cifra importante per cercare di recuperare qualche soldo nel tentativo di soddisfare la massa creditoria in considerazione di uno stato passivo di 5 milioni e 858mila euro con 2 milioni e 299mila euro di crediti privilegiati o ipotecari, 530mila euro ipotecari pignorati e 3 milioni e 26mila euro chirografari. Oltre alla vendita del capannone il curatore nominato dal tribunale è riuscito a vendere un immobile, sempre di proprietà dell’Anthea, ubicato a Marina di Campo (Isola d’Elba). Si tratta di un primo piano con balcone di 92 metri quadrati vicino al mare e stimato 305mila euro. All’asta fallimentare se lo è aggiudicato una signora di Pontedera sborsando 227mila euro. Il parziale piano di riparto stipulato dal curatore fallimentare prevede che i privilegiati ipotecari sino soddisfatti nella misura del 30-40% mentre per i chirografari (in genere i fornitori) non ci sono speranze di poter recuperare i soldi. Dal punto di vista penale invece è tutto in alto a mare. Il responsabile dell’Anthea, Camillo Auricchio, e Piera Carassita, la sua compagna e amministratrice unica dell’azienda che operava nel settore dell’edilizia, dello smaltimento dell’amianto e del fotovoltaico dal novembre 2014 si trovano in Bahrein. Sono accusati di bancarotta fraudolenta, ricorso abusivo al credito, frode fiscale e altri reati finanziari. Ma difficilmente finiranno sotto processo. Perché ad oggi non è stato possibile notificare l’atto della richiesta di rinvio a giudizio ai due indagati domiciliari nell’emirato arabo. (l.t.)
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