La manifestazione
L’ex bancario che nei libri cerca il mondo
Bartolomeo di Monaco fra critica e romanzi «Senza Lucca non avrei scritto niente»
Dopo aver incontrato Bartolomeo di Monaco, un ripiano della libreria nel mio studio èdedicato esclusivamente ai suoi libri. Quest’uomo dall’aria gentile è infatti autore di svariati volumi, tutti accomunati da uno sguardo originale e netto sulla realtà, e più spesso sulla letteratura. Una carrellata di volumi dalle copertine chiare, che affrontano la vita come se fosse una lettura o, piuttosto, un romanzo. E “Scampanata” – pubblicato da Marco Valerio nel 2003, pp. 140, ambientato a Lucca – è forse una sintesi azzardata, della vita stessa di quest’uomo che alla letteratura ha dedicato la sua vita: un intreccio fra la “Storia degli uomini tutti, e quella minima e atroce che si accanisce su tutti noi”. Non mi sorprende affatto, dunque, che di Monaco per raccontarmi della sua vita risponda così: «Cito – mi racconta - da un mio lavoro, Omaggio a San Prisco. “Sono venuto al mondo in un piccolo paese vicino a Caserta: San Prisco. Quando nacqui, i miei genitori vivevano già a Lucca; mio padre vi era arrivato nel 1930, prendendovi la cittadinanza esattamente il 29 ottobre di quello stesso anno. Si sposò con mia madre il 17 aprile 1939 e a Lucca nacque il primogenito Giuseppe nel maggio del 1940, come pure il terzogenito Mario, nel marzo del 1946. Io sono il mediano, nato nel 1942. Era di gennaio, un freddo gennaio, e mia madre si trovava a San Prisco, dove si era trasferita sin dai primi di dicembre per partorire me presso la sua mamma Maria - essendo in tempo di guerra. Nacqui il 14 di quel mese gelido nella casa dei miei nonni materni. Dopo 40 giorni mia madre fece ritorno a Lucca in treno. Con me erano anche mio padre e mio fratello Giuseppe”. Dunque sono lucchese, anche se resto legato al Sud, da cui provengono i miei genitori. Ho studiato ragioneria presso l’Istituto Tecnico Francesco Carrara, che a quel tempo aveva sede in Via Fillungo, e mi sono diplomato nel 1961. Ho lavorato in banca, presso la Cassa di Risparmio di Lucca, ma sin da giovane ho cominciato ad amare i libri».
Il suo primo ricordo è legato alle favole di Andersen («un mondo che si apre e non ha regole e confini»), mentre l’ultimo a “L’Angelo del Liponard” di Mario Tobino («La sua scrittura così piena di anacoluti e di invenzioni sintattiche, mi fece capire che un autore può avere una sua personale visione della scrittura e attraverso di essa esprimersi al meglio») e a “Il trono di legno” di Carlo Sgorlon («gli ho dedicato un libro, la vedova per ringraziarmi mi ha invitato un romanzo del marito in cinese»). Nei libri di Monaco cerca il disvelamento di «un mondo tutto da scoprire e ricco di sorprese». Un mondo che lui prova a penetrare e che nelle sue recensioni-letture cerca di svelare.
«Voglio andare contro un metodo cristallizzato di fare critica letteraria. Spesso al lettore sfugge il contenuto della storia raccontata, e io cerco di accompagnarlo secondo il mio stile». Uno stile che ha avuto il placet di grandi nomi, come Giorgio Bárberi Squarotti, noto studioso di letteratura italiana. Di Monaco a Lucca ha dedicato molte attenzioni, dall’omonima poesia al libro Scrittori Lucchesi (Tra le righe libri, 2016), a “Lucchesia bella e misteriosa. Favole e leggende”, uscito per la prima volta nel 2007 e di prossima edizione per Maria Pacini Fazzi. «Lucca – mi spiega - è una città non solo di musicisti, ma anche di scrittori. Penso a Fabio Genovesi, Giampaolo Simi, ma anche Francesca Duranti e Pia Pera, prematuramente scomparsa. Penso a Vincenzo Pardini, che unisce alla sua innata bravura anche le stigmate della nostra terra, ed è modesto, per niente attratto dal successo, conduce una vita riservata, lontano dalle mode e dal chiasso cortigianesco».
I tratti distintivi della letteratura lucchese diventano «l’amore, la raffinatezza romantica verso la natura, verso gli animali, la dissacrazione, il giallo, il gioco e lo sberleffo, l’indagine sociale. Non ci manca nulla: e ciò denota la fertilità di questa terra che sa dare ispirazione, volontà, forza, resistenza, ostinazione e coraggio». E di Monaco Lucca, e l’entroterra, lo conosce benissimo: «L’ho scorrazzato in lungo e in largo, dedicandogli otto gialli. La verità è che senza Lucca, non avrei potuto scrivere nulla. Lucca è sempre cornice e ad un tempo cuore di tutto il mio lavoro».
Di Lucca ama soprattutto le Mura («chi vi passeggia ne viene stregato»), le strade strette e le piazze. «Eppure – continua - mi piacerebbe che la città e la periferia fossero più sicure e più pulite. L’immondizia abbandonata non si può tollerare. Non può essere solo il cittadino a segnalare, dovrebbero esserci delle figure preposte al controllo. Spesso poi, quando il cittadino evidenzia i problemi, non viene esaudito e perde solo tempo e pazienza. Manca poi un serio controllo del territorio. I ladri si muovo con sfrontatezza, certi di farla franca. Ormai si è tracciata una linea di divisone piuttosto netta tra il passato e il presente. La riservatezza tradizionale, la gelosa intimità se ne sono andate fuori dalle Mura, forse per sempre. Non so dire se sia un bene o un male. Sono arrivato a 76 anni e sono condizionato dalla nostalgia. Vorrei tuttavia che ai giovani fosse ricordato il passato, che è stato suggestivo e nobile. Spero di vedere in futuro una Lucca pulita e sicura. Mi addolora quando vedo che l'incuria e l’inerzia contaminano la sua bellezza e il suo fascino».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
