Il Tirreno

Lucca

Il quartiere senza identità

di Gianni Parrini
Il quartiere senza identità

I cittadini di San Vito lamentano la mancanza di luoghi di aggregazione

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LUCCA. Era considerato il Bronx lucchese, ovvero uno dei peggiori quartieri della periferia cittadina, dove si concentravano spaccio, furti e degrado. «Quando dicevo che abitavo a San Vito la gente sgranava gli occhi racconta un signore – e io un po’ mi vergognavo». Ora le cose vanno meglio: l’allarme criminalità si è allentato o almeno non è superiore a quello di altre periferie. Per di più, con il finanziamento dei “quartieri social”, presto l’area si rifarà un po’ il look. Eppure San Vito rimane un quartiere particolare, caratterizzato da una genesi contadina, su cui si sono innestate una robusta dose di edilizia popolare (533 case erp) e una cospicua rappresentanza di “nuovi lucchesi” arrivati da Paesi lontani. Un mix che ha prodotto un tessuto sociale frammentato, privo di un idem sentire. Manca, insomma, il senso di comunità e mancano i luoghi dove coltivarlo, soprattutto dopo la chiusura della circoscrizione, del centro sanitario di via Giorgini (che sarà riqualificato), degli uffici comunali e di molti negozi di vicinato. Dopo le 21,30, ad esempio, non c’è un locale aperto e così i grandi rimangono in casa davanti alla tv, mentre i giovani fuggono altrove. È questo l’aspetto che più emerge nel corso di Caffè Tirreno, il faccia a faccia tra giornalisti e lettori che ieri mattina si è tenuto al bar Catelli, uno dei pochi luoghi in cui la varia umanità di questo abitato popolare ancora si incontra.

Una delle prime a parlare con i giornalisti è la signora Silvana Bertolucci, 88 anni portati splendidamente e una “fortunata” passione per la tombola, coltivata una volta a settimana al Centro anziani La Margherita. «Uno dei pochi spazi in cui possiamo ritrovarci», dice con amarezza. Ma la signora Bertolucci segnala anche altri problemi: «Utilizzo spesso l’autobus e di recente hanno spostato la fermata da viale Corsica, dove abito, alla Chelini – racconta – Insomma, non mi hanno fatto un favore. Inoltre il servizio è poco puntuale: capita spesso di vedere tre mezzi che arrivano insieme, uno dietro l’altro. Oltretutto alla fermata l’erba è talmente alta che copre il tabellino con gli orari. Un altro problema riguarda il campino davanti alla chiesa, vandalizzato da qualche ragazzo».

Guido Falaschi, 50 anni, è un altro cittadino che tiene al suo quartiere e non ha problemi a rimboccarsi le maniche per migliorarlo. «In via delle Cornacchie – racconta – ci sono rifiuti abbandonati che ogni tanto, vado a tirar via. In generale quella non è una bella strada: mancano i marciapiedi e c’è un incrocio, quello con via Martiri delle Foibe, in cui spesso gli automobilisti non rispettano lo stop».

Al cuore del problema, però, ci avviciniamo con la testimonianza di Umberto Franchi. «Viviamo in un quartiere caratterizzato da un crescente degrado culturale, sociale e civile. Un problema legato alla mancanza di centri di aggregazione. La chiusura del centro socio sanitario è stata un duro colpo. I giovani non sanno dove andare: ci sono solo il campo sportivo, il bowling e il Catelli. Ma dopo le 21,30 è tutto chiuso. Così si alimenta la cultura del “si arrangi chi può”, una cultura disgregante».

Un punto di vista che molto si avvicina a quello di Guglielmo Sonnenfeld, animatore dell’associazione “Il Tondo”. «Rappresento un gruppo di cittadini stanchi di vedere un quartiere in degrado e desiderosi di fare qualcosa per migliorare la situazione. Alla nostra costituzione, come primo atto concreto, abbiamo chiesto di poter riaprire la biblioteca di via Giorgini chiusa da 15 anni. Non è stato possibile ma abbiamo avuto modo di attivare il servizio 3-4 giorni a settimana (pagando noi le utenze) all’ex circoscrizione di via Simonetti. Proprio di recente abbiamo firmato la convenzione per ottenere una stanza in più». Tra i problemi del quartiere Sonnenfeld annovera la mancanza di luoghi identitari in cui far crescere il senso di comunità. «Una carenza che neppure i progetti e le piste ciclabili del Comune sono in grado di risolvere perché mancano di una visione collettiva. Per questo, con l’aiuto di architetti e ingegneri, abbiamo ideato “La casa del quartiere”, un laboratorio di rigenerazione del tessuto urbano che ha come scopo la redazione di un masterplan per la San Vito del 2030. Ci ispiriamo alle idee di Renzo Piano sul “rammendo delle periferie”».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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