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Non carità, ma lavoro per aiutare l’Africa
LUCCA. Un modello unico, replicabile in Burkina Faso e Mali, che collega cooperative locali e grandi firme internazionali, che consente a donne e artigiani di entrare in contatto con la filiera...
LUCCA. Un modello unico, replicabile in Burkina Faso e Mali, che collega cooperative locali e grandi firme internazionali, che consente a donne e artigiani di entrare in contatto con la filiera mondiale della moda, e che offre, soprattutto, un’occupazione stabile a 1.250 africani.
“Non carità, ma lavoro” è infatti il concetto che sta alla base di Ethical Fashion Initiative, il programma delle Nazioni Unite che passa anche da Lucca. «Un progetto che permette a una parte del continente africano di uscire dalla povertà con le proprie mani, attraverso un lavoro permanente, che è la prima forma di dignità – spiega Simone Cipriani, fondatore di International Trade Centre – il settore dell’artigianato in Africa ha molte potenzialità. La filiera in questo modo resta locale: si può verificare la tracciabilità del prodotto, vedere l’impatto e il beneficio sul territorio in termini di posti di lavoro». La materia prima trasformata diventa ricchezza, che rimane in terra africana. «Il 40% della popolazione locale di Mali e Burkina Faso lavora il cotone, che viene venduto alle multinazionali con scarse ricadute economiche – precisa Haram Sidibe, la responsabile del progetto – per fare una sciarpa adesso servono 12 persone: si fa quindi formazione, in swahili: la lingua è per tutti la nostra visione del mondo» . La moda e le cooperative, due emisferi apparentemente lontani, insieme però per difendere un valore imprescindibile. «Perché “aiutamoli a casa loro” deve essere un’opportunità di crescita. La loro storia è anche la nostra storia – dice l’assessora al sociale Lucia Del Chiaro – vendere cotone frutta poco, mentre tesserlo e cucirlo rende qualcosa di più. E non riconoscere la loro fatica, significa non riconoscere la dignità dell’uomo».
Marco Tirinnanzi
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