Il Tirreno

Lucca

Boom per Maggiano: ottomila visite

di Marco Tirinnanzi
Boom per Maggiano: ottomila visite

Una coda lunghissima in particolare nel pomeriggio: in molti hanno dovuto rinunciare al tour guidato dagli studenti

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LUCCA. Era difficile immaginare un assalto di queste dimensioni: ieri l'ex ospedale psichiatrico di Maggiano, aperto alle visite in occasione delle giornate del Fai, il 24 e 25 marzo, ha contato quasi 8.000 ingressi (dati del Fai). Una fila lunghissima, soprattutto nel pomeriggio, per ammirare quello che una volta, nel 560, era l'ex monastero di Santa Chiara, rifugio dei canonici regolari di Fregionaia.

VIDEO. La lunghissima fila per visitare l'ex manicomio

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A causa della lunga fila però - stimata in oltre mille persone ieri intorno alle 16 - tanti aspiranti visitatori hanno desistito. È stata una prima apertura assoluta in questi termini per l’ospedale psichiatrico che fu diretto da Mario Tobino, il notissimo medico e scrittore viareggino, oggi gestito dalla fondazione che porta il suo nome.

Grazie al Fai, Fondo Ambiente Italiano, sezione di Lucca e Massa e Carrara, l’ex manicomio ha potuto essere visitato. In particolare a Maria Talarico, capo delegazione Fai con Elisabetta Della Santa, delegata alla comunicazione: sono loro le artefici che hanno permesso ai lucchesi, ma anche ai tanti turisti, italiani e stranieri, di poter varcare i cancelli dell'ex ospedale.

A fare da guida, le studentesse aspiranti Cicerone della III A dell'Istituto Chini di Lido di Camaiore divise in 7 gruppi, “controllate”. Con loro anche gli studenti del liceo Vallisneri di Lucca.

Era il 21 aprile 1773 quando lo "spedale de pazzi" soppiantò il monastero e aprì le sue porte per curare i primi malati mentali, spiegano le giovani guide. Ma è la Repubblica di Lucca, dopo il declino del monastero lateranense, che identifica l'ospedale come luogo idoneo alla cura dei primi 20 "folli": tra loro 11 carcerati e alcuni omosessuali. L’ospedale poi arriverà, a pieno regime, ad ospitarne quasi 1220 di pazienti, divisi in due reparti: uno femminile e l'altro maschile, le cui fila, durante la seconda guerra mondiale s'ingrosseranno a tal punto da raggiungere le 3000 persone, con i reduci militari e i rifugiati, in fuga dalla furia nazifascista. È del 1941 il ricordo più truce: il direttore Guglielmo Lippi Francesconi, entrato a Maggiano nel 1936, fu fucilato dai tedeschi, alla certosa di Farneta, per rappresaglia politica.

Dentro l'ex monastero, l'odore di malinconia - pungente -, e di malattia, pervade le narici. Sembra perfino di udire le urla dei pazienti nelle stanze al primo piano (inagibili adesso), che in preda alla follia, battono la testa nel muro e si conficcano nel cuore bastoni acuminati.

Stanza dopo stanza, si entra sempre più nel cuore del vecchio manicomio. I singoli locali, seppuri disadorni, ancora “parlano”, con i loro arredi e i loro oggetti. E le persone, tante, si soffermano ad osservare, a riflettere anche. Osservano i vecchi flaconi delle medicine nella stanza adibita a farmacia, i bagni dove i malati si lavavano sotto gli occhi vigili degli infermieri. C’è anche una stanza dove ancora si trovano i caschi che venivano usati per asciugare i capelli.

I malati, continua la spiegazione delle giovani guide, erano divisi in tre gruppi: lievi, lievi agitati e agitati. Ai primi era permesso di dormire assieme, e svagarsi, mentre i più disperati venivano rinchiusi dentro stanze buie, isolati dal resto dell’edificio, nudi, e privi di lenzuola. Piegati dalle convulsioni, si sfogavano all'interno di celle all'alga, una pianta che poi diventava per loro un riparo, in grado di generare calore. Si arriva poi alle cucine, che prima dell'allargamento degli anni '70, ospitavano quelle che venivano etichettate come “vasche della morte”: i pazienti più agitati venivano sottoposti ad immersioni continue in acqua calda e fredda.

Mancavano gli psicofarmaci, introdotti alla fine degli anni '50, e per sedare i malati di schizofrenia, si ricorreva a punture di insulina, perfino.

La legge Basaglia del 1978, poi dispose la chiusura dei manicomi. Molti dei pazienti furono dimessi: la Fegionaia passò dalla Provincia all'Usl n°6 di Lucca.

I reparti più trascurati, continua la spiegazione, furono depredati dai ladri: sono spariti infatti i candelabri d'argento della piccola chiesa, sono stati svuotati gli appartamenti delle suore. Nel 1992 l’allora direttore Del Poggetto iniziò la dimissione degli ultimi 200 degenti, anche grazie agli affidi familiari. Il manicomio chiuse i battenti all'inizio dell'estate del 1999, aprendo le porte all’abbandono.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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