Il Tirreno

Lucca

«La nostra lotta contro la mafia»

di Marco Tirinnanzi
«La nostra lotta contro la mafia»

Giovanni Impastato, fratello del giornalista ucciso, racconta la vita della sua famiglia

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LUCCA. «Le lucciole.Tutto è cambiato con le lucciole. Quelle che trovavi nascoste a far luce tra i fili d'erba, nelle sere d'estate. Le osservavi e spariva la paura della notte. Venute a mancare loro, la gente ha smesso di aver timore, e così anche in politica si è creato un vuoto, di potere, pian piano colmato dalla mafia». Giovanni Impastato, fratello minore del giornalista e attivista Giuseppe, trucidato dalla mafia il 9 maggio del 1978, ieri a Lucca per presentare il suo libro "Oltre i cento passi", cita le lucciole, quelle di Pier Paolo Pasolini, e lo fa per ricordare che la mafia «non è anti Stato, ma alberga dentro lo Stato». E che esiste un prima e un dopo la loro scomparsa, in cui niente più, in Italia, è stato come prima. Raccontare la storia e portare avanti l'opera di Peppino per lui è un dovere morale: cresciuto in una famiglia di mafiosi, con il padre Luigi cognato di Cesare Manzella, capo della cupola di Cosa Nostra a Cinisi, in provincia di Palermo, ha visto il fratello, ormai cadavere, fatto saltare in aria da una carica di tritolo sui binari della ferrovia. Nella bara, il giorno del funerale, c’era solo l’idea di un corpo. Di fronte a Giovanni, nell'auditorium di San Micheletto, gli alunni dell'istituto comprensivo Lucca 3, con quelli del Giorgi e del Paladini, riuniti dal progetto "Scuola di Legalità" lo ascoltano, ma sanno anche incalzarlo con domande: la storia, per una volta, vogliono sentirla raccontare da chi l'ha vissuta. Parla del rapporto tormentato col padre, Giovanni: di cosa vuol dire crescere, ogni giorno, respirando mafia. «La mia famiglia ha sempre vissuto seguendo i dettami mafiosi - spiega Impastato -: mio padre era ligio al codice comportamentale di Cosa Nostra. E quando è morto ho vissuto emozioni contraddittorie: all'inizio è stata una liberazione, ma poi ho provato anche dolore. Perchè lui, più di una volta, ha tentato di salvare Peppino dalla mafia, da quel Tano Badalamenti che lo aveva messo nel mirino per le sue battaglie. Morto mio padre, anche Peppino è stato ucciso». Un ricordo, commosso, è per Felicia Bartolotta, la madre, che nonostante fosse la moglie di un mafioso, ha combattuto tutta la vita con l'obiettivo di fare arrestare i responsabili della morte del figlio. «Amava mio padre, e amava anche il mafioso che rappresentava - prosegue - ma quando hanno ucciso mio fratello ha deciso di lottare per la verità; ma ha saputo anche rifiutare la vendetta: è riuscita a salvare la nostra famiglia da una faida che forse avrebbe ucciso anche me». Giovanni rammenta ancora il gesto, forte, con cui tratteggia la battaglia di sua madre per liberarsi dai dettami dell’omertà mafiosa. «In Sicilia quando moriva qualcuno, le vedove, specialmente, erano tenute a chiudersi in casa, e uscire solo per lo stretto necessario: mia madre, dopo la morte di Peppino, aprì porte e finestre della nostra abitazione (che nel 2005, è diventata una casa della memoria, ndr) a tutti coloro che volevano combattere insieme a lei. Cinisi ci isolò, ma quel gesto ha lasciato un segno, nella storia della Sicilia e del nostro Paese».

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