Sicurezza
L’autodidatta che vive all’incrocio di poesia e cinema
Gianni Quilici, dal movimento del 1968 alle tante iniziative proposte alla città
«Sono nato a Lammari quando non c’erano villette, ma quasi soltanto corti e campi. Mio padre lavorava la terra e durante l’estate lo aiutavo nei campi. Ricordo l’infanzia e la prima adolescenza come un mito. C’erano i viottoli su cui correvo coi rami dei peri e dei meli negli occhi, o il sole abbacinante di luglio. E c’eravamo noi, con la falce in mano, sui campi di grano. E poi il piacere di mangiare e di bere acqua fresca a mezzogiorno all’ombra dei pioppi».
Esordisce così Gianni Quilici, poliedrico e instancabile animatore della vita culturale lucchese. Ma anche appassionato di scrittura, poesia e cinema, nonché fotografo amatoriale.
«La scuola – mi racconta - era dolore. Cercavo di imparare a memoria l’interminabile e complesso “5 maggio” di Manzoni, la maestra con occhi sfavillanti che sadicamente mi picchiava. In terza media fui bocciato con il giudizio: “Ragazzo studioso, ma di possibilità limitate”. Limitato magari sì, ma studioso proprio no. Volevo studiare, infatti, ma non ci riuscivo. Percepivo le materie astratte e lontane. Leggevo, leggevo e tutto si volatilizzava. Così in seconda ragioneria ci fu il momento in cui mi sentii abbastanza forte da dirmi: smetto con la scuola».
Una decisione che stravolge i piani, e suggerisce al destino un piano inaspettato. «Avevo scoperto l’introspezione, ossia che potevo cercare di capire chi ero. Un compagno di classe, infatti, mi aveva portato “La disobbedienza” di Moravia e un libro di psicoanalisi. Li divorai. Da lì iniziò la mia prima rinascita. Non andavo a scuola, ma salivo verso la Biblioteca statale, che avevo allora scoperto. Iniziai con Moravia e poi in modo farraginoso continuai con Dostoevskij e Thomas Mann, Pirandello e Freud, Pavese e Pratolini fino a quando, era il settembre del 1968, scoprii l’esistenzialismo di Sartre e venni folgorato dall’idea che potevo mutarmi, che potevo essere io a inventare la mia vita».
Quilici entra così in contatto con il movimento, che quest’anno compie cinquant’anni e che spera di celebrare a ottobre. «Ho conosciuto così miei simili, superando la solitudine del paesello, perché ho scoperto Marx, Gramsci e la politica con il movimento studentesco, perché ho incontrato una donna, Maddalena Ferrari, con cui ancora condivido il mio tempo, perché con un mio amico scrittore geniale, Enzo Guidi, sono riuscito, da autodidatta, a diventare maestro in soltanto sei mesi di studio pazzo, perché poi mi sono laureato in lettere con Pio Baldelli, uno straordinario critico cinematografico e oratore, oggi quasi dimenticato».
La rivoluzione però passa anche attraverso il cinema, quello di Bergman e di Bunuel, ma anche Ferreri e Polanski. Quello del circolo del cinema di Lucca, festeggiato con un libro costellato da ricordi e fotografie che Quilici ha recentemente curato: “70 anni del Circolo del Cinema di Lucca” (Tra le Righe Libri, pp. 125).
«Il cinema – mi rivela - lo scopro come spettatore. Ma è con l’esperienza d’essai del cinema Centrale, negli anni ’80, il mio primo rapporto con il Circolo. Faccio, infatti, parte del comitato tecnico con Marcello Bertocchini, allora Presidente del Circolo, oggi Presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio. Da nostre proposte nascono l’Estate cinema, i referendum sui film dell’anno, incontri con Valeria Golino e Maselli, Diego Abatantuono e Daniele Luchetti e inizia a uscire la rivista La linea dell’occhio».
La rivista, con uscita quadrimestrale, dura vent’anni, e mette insieme recensioni di film contemporanei e non. «Il cinema – continua Quilici - deve essere piacere della visione, ma anche riflessione, incontro, confronto. La rivista contava 1000 copie in abbonamento, con una rete di collaboratori, allora sconosciuti, che oggi lavorano in TV, nelle università, organizzano festival, scrivono libri. Purtroppo i costi non erano più sostenibili, ma continuiamo con il sito».
Con la scrittura, che si declina anche con la poesia e la prosa d’invenzione. «Ogni momento – prosegue Quilici - è buono per scrivere o per fotografare. Mi appassiona ciò che vedo, sento o capisco. Secondo le occasioni uso un linguaggio o un altro. Alla base di tutto c’è l’emozione, che si mescola con il pensiero e cerca di diventare forma, composizione per cogliere ciò che altrimenti si perderebbe».
Ed è un pensiero di prosa che si declina con “Non è che l’inizio” (Tre le Righe, pp. 140) e di poesia che arriva con “Versi in viaggio” (Tre le righe, pp. 140), che verrà presentato mercoledì pomeriggio all’Agorà in una sorta di reading poetico-musicale. Ma la nostra città per Quilici non è solo il set di presentazioni e di incontri, è anche la protagonista del libro fotografico “Lucca che vive” (Maria Pacini Fazzi, 2001).
«Credo che Lucca sia una delle città più poetiche del mondo. Perché è raccolta e ti avviluppa con le mura e con le sue piazze e strade medioevali, perché è misteriosa e articolata con i baluardi e le sortite, i palazzi rinascimentali con le cantine, gli orti e le chiese. Ma è anche romanzesca. Ha in sé una contraddizione inquietante. Il desiderio di assoluto, e la solitudine».
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