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La grande crisi è passata ecco i segnali di ripresa

La grande crisi è passata ecco i segnali di ripresa

Crescono ricavi, valore aggiunto e redditività, calano imposte e oneri finanziari L’analisi di Confindustria su 2.103 società manifatturiere “sopravvissute”  

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LUCCA
“Adda passà ’a nuttata” diceva de Filippo in Napoli milionaria. E ora che l’alba della ripresa sembra davvero affacciarsi sugli anni di tenebra dell’economica lucchese (e toscana), le imprese sopravvissute allo tsunami della crisi mostrano interessanti segni di vitalità: ricavi in leggero aumento, crescita del valore aggiunto, diminuzione dei costi esterni, recupero della marginalità lorda nonostante l’incidenza del costo del personale sia in salita. Cresce infine la redditività netta, grazie anche alla contrazione degli oneri finanziari e fiscali. . Lo studio. È questo il quadro che emerge dall’analisi dei bilanci di 2.103 imprese manifatturiere dell’area Lucca-Pistoia-Prato. Lo studio è realizzato da Confindustria Toscana Nord per la decade 2006-2016. Occorre fare una premessa: il campione preso in esame è costituito dalle aziende già esistenti nel 2006 e ancora attive dopo un decennio. In pratica tutte quelle sopravvissute alla crisi: da quest’analisi, dunque, sfuggono le società nate nel corso del decennio così come le tante “morte” nel periodo nero. Per questo sfuggono diversi dati utili a disegnare un quadro d’insieme della situazione economica e del tessuto produttivo prima e dopo la crisi: diventa impossibile, ad esempio, fare un ragionamento sulla tenuta complessiva dei livelli occupazionali. Allo stesso modo lo studio fornisce parecchi elementi utili per capire come si presentano all’alba della ripresa le aziende che sono ancora sul mercato e ci dice cosa ha funzionato e cosa è cambiato (in meglio o in peggio)in questi dieci anni.

Settori e territori. Anche guardando al periodo più breve (differenza tra 2015 e 2016) il valore aggiunto nel territorio della Toscana Nord ha fatto registrare una crescita del 6,6%, con le migliori performance a Pistoia (+9,6%) e a Lucca (+8,2%), mentre è stata più lenta la crescita a Prato (+2,1%), dove si paga ancora dazio alla crisi del tessile. Andando ai singoli settori, caratteristici del nostro territorio (e restando al differenziale 2015-2016), il dato che emerge con più forza è quello della nautica, dove la crescita del valore aggiunto ha superato il +30%. Ma è un dato da interpretare: una simile crescita percentuale arriva dopo un periodo nerissimo per il settore. Si partiva insomma da numeri molto bassi. Mentre il +11,5% del settore cartario (e nello specifico il +18% del tissue) o il +5,4% della meccanica per la carta, rappresentano valori molto importanti, visto che si parla di ulteriore crescita arrivata dopo anni di valori positivi, crisi o non crisi.

Il peggio è passato. «Gli anni della crisi sembrano ormai superati», ha spiegato il presidente di Confindustria Toscana Nord Giulio Grossi, che però non ha mancato di evidenziare le criticità ancora presenti, in particolare il fatto che le migliori performance siano concentrate essenzialmente nelle aziende medio-grandi, che l’incidenza del costo del lavoro sia cresciuta rispetto al periodo pre-crisi e che i vantaggi siano concentrati nelle voci di bilancio che riguardano il carico fiscale e gli oneri finanziari (con un calo di entrambe le voci che ha inciso in positivo). Sono quindi il frutto di politiche nazionali ed europee che hanno portato a un “sacrosanto” intervento sull’Irap e a minori interessi sul credito determinati dalla politica monetaria del quantitative easing sostenuta da Mario Draghi che ha portato a un abbassamento degli interessi sul credito bancario. «Per consolidare i segnali di ripresa presenti nei bilanci 2016 non è assolutamente possibile derogare a queste politiche fiscali e monetarie», hanno spiegato i presenti. «La nostra è una delle non molte associazioni dotate di un Centro studi che produce con continuità ricerche originali – ha proseguito Grossi –. L’osservatorio sui bilanci è parte essenziale di questa attività, consentendo di avere uno spaccato delle prestazioni delle aziende e, nel tempo, di vedere l’evoluzione dei loro conti e del loro patrimonio. Per gli imprenditori è uno strumento che offre dei benchmark (parametri di riferimento, ndr) per potersi autovalutare; ma, trattandosi di dati che mettiamo a disposizione di tutti, è anche un termometro per quanti fra i nostri interlocutori istituzionali vogliano avere una conoscenza puntuale delle dinamiche del manifatturiero, asse portante dell’economia dei nostri tre territori».

L’analisi. I dati sono stati illustrati nel dettaglio dal direttore del Centro studi di Confindustria Enrico Mongatti che ha spiegato l’andamento di alcune voci di bilanci che nel corso del periodo 2006-2016 sembrano disegnare una doppia W (con i picchi negativi concentrati nel 2008 e nel 2012). La crescita del valore aggiunto ha consentito di portare al 7% (dopo il minimo del 6,1% toccato nel 2012) la marginalità lorda delle vendite (MOL/ricavi%). Un risultato, questo, particolarmente significativo visto l’incremento del costo del personale, dovuto al fatto che le aziende che hanno resistito alla crisi hanno salvaguardato gli organici. Come detto sono stati minori gli oneri finanziari (la loro incidenza sui debiti finanziari è passata nei bilanci ordinari dal 4% del 2015 al 3,6% del 2016) e fiscali (l’incidenza delle imposte si è ridotta di 1,4% punti fra il 2015 e il 2016). La redditività netta in rapporto al patrimonio netto (ROE, return on equity) ha così potuto avanzare leggermente portandosi dal 6,1% del 2015 al 7,3% del 2016. Sul piano patrimoniale risultano in crescita diffusa gli investimenti fissi (+2,5% l’incremento complessivo 2016 sul 2015) ed è proseguito il processo di rafforzamento delle aziende attraverso mezzi propri.

Luigi Spinosi

Gianni Parrini

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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