Italia
Il bimbo non sarà strappato alla mamma
La mobilitazione di DiRe: vinta la battaglia Ma la sentenza non è ancora definitiva
LUCCA. Troppo comunemente vengono etichettate come vicende di “bambini contesi” fra genitori in via di separazione. Spesso gli stessi sono anche bambini che assistono a scene di violenza del padre sulla madre, vittime a loro volta di violenza assistita. Possono diventare oggetto di ricatto: il padre che rivendica la paternità, il diritto a vedere il figlio anche se il figlio ha paura di lui. La rivendicazione può finire in tribunale e può accadere anche che, per effetto di relazioni e perizie che certificano una “sindrome di alienazione parentale” nel bambino (un rifiuto indotto ad accettare la figura paterna), il figlio possa essere tolto alla manna. Sindrome che però, rivendicano le donne dell’associazione DiRe (donne in rete contro la violenza), «non ha fondamenti scientifici».
La vicenda che ieri, 23 febbraio, è stata al centro di un’udienza di tre ore nel tribunale di Lucca, prende le mosse da questi presupposti. Un caso emblematico, ha denunciato DiRe. L’odissea di una mamma e del suo bambino inizia nel 2013, quando lei - vittima di un atto di violenza da parte del compagno - deve ricorrere al pronto soccorso per medicare le ferite. Parte la denuncia verso il maltrattante: una denuncia penale che però, per i tempi della giustizia, non sfocerà in un rinvio a giudizio prima del 2017. Nel frattempo i coniugi interrompono la convivenza e il bambino rimane con la mamma. Tempo dopo il padre chiede di vederlo. Ci sono degli incontri, ma il bambino, segnato dalle scene di violenza a cui ha assistito, lo rifiuta. Il padre si infuria, accusa l’ex compagna di mettergli il figlio contro. Nel 2015 comincia la causa civile per l’affidamento del bambino. Come vuole la procedura, il caso passa attraverso gli assistenti sociali prima e i consulenti tecnici d’ufficio (Ctu) poi: le loro relazioni arrivano sul tavolo del giudice, a cui sta la decisione finale sulla sorte del bambino. La diagnosi è la peggiore: sindrome di alienazione parentale. È, per gli esperti, colpa della madre se il bambino non vuol vedere il padre e il padre ha il diritto di vederlo, anche se il piccolo non vuole. Due mesi fa il giudice emette un provvedimento temporaneo: il bambino sarà tolto alla madre e affidato a una casa famiglia, dove potrà incontrare il padre senza la presenza della madre.
Intorno a questo caso, prima che l’udienza venisse discussa, si è creata una mobilitazione forte, della quale sono state artefici, ieri dalla sala dell’hotel San Luca Palace di Lucca, Manuela Ulivi, avvocata milanese della madre del bambino, tra le coordinatrici della Casa delle donne maltrattate di Milano; Daniela Caselli, presidente del centro antiviolenza Luna di Lucca, Giovanna Zitiello dell’associazione Casa della Donna di Pisa; Nadia Somma: tutte fanno parte della rete DiRe. «Di queste situazioni ce ne sono moltissime - dice l’avvocata Ulivi -, ma di così brutali e sbagliate, di livello così esagerato e poco ragionate ne abbiamo sentite raramente. Non siamo ancora riuscite, specie nell’ambito della giustizia civile a far passare che da agosto 2014 in Italia è in vigore la Convenzione di Istanbul, che sta sopra la legge ordinaria e quindi ha più valore. L’articolo 31 recita che si debbono considerare gli episodi di violenza nel determinare i diritti di custodia e di visita dei figli. Servizi sociali, Ctu, tribunali: è una filiera che noi oggi siamo a denunciare. Invece le valutazioni che vengono fatte dal servizio sociale e dai Ctu non valutano la violenza ma la cosiddetta “idoneità genitoriale” L’articolo 31 non si applica». Concetto che ribadisce Giovanna Zitiello: «Le nostre avvocate notano che la relazione di Ctu e servizi sociali non vedono la madre come vittima di violenza e i figli come vittima di violenza assistita, vedono solo la situazione di conflitto». «La donna ha legittimamente paura - spiega Nadia Somma - a lasciare il figlio con il padre che l’ha picchiata e minacciata. Ma la paura viene considerata un problema della madre, un’ansia che trasmette al figlio. A Lugo dove vivo un bambino è stato ucciso dal padre nella sede del servizio sociale».
Daniela Caselli del centro Luna ribadisce come «a Lucca esistano altri casi ed eclatanti come quello di cui parliamo, ne seguamo molti». E così Ersilia Salvato della Casa delle Donne di Viareggio: «Alla base di tutto c’è la necessità di conoscere bene il fenomeno della violenza e di fare formazione valida. Nei servizi sociali riscontriamo ignoranza, anche non voluta, l’idea che il padre violento è un padre e che la paternità non va scalfita nonostante la paura del bambino».
La riunione si scioglie. L’avvocata Ulivi entra in udienza. Tre ore di dibattimento, fino al verdetto del giudice: sospeso il provvedimento di affidare il bambino alla casa famiglia. Il piccolo, che oggi ha nove anni, può rimanere con la madre. Intanto riprenderanno gli incontri con il padre. L’avvocata Ulivi non nasconde soddisfazione: «Mi auguro che vada tutto a buon fine - dice -. Siamo sotto minaccia: intanto dobbiamo vedere di riuscire a riavvicinare il padre al bambino». La vicenda dovrà essere aggiornata. Intanto andrà avanti la causa penale della violenza del padre sulla madre che però, nella vicenda dell’affidamento del figlio, ha camminato parallela, estranea. «Tutto questo - dice Ulivi - sembra indifferente. Dobbiamo continuare a tenere alta l’attenzione su casi come questi».
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