La manifestazione
Doping nel ciclismo, la procura indaga su due genitori
Lucca, dalle intercettazioni padri e madri consapevoli delle sostanze assunte dai figli
LUCCA. Due inchieste parallele e un unico comune denominatore: il doping. L’uso e l’abuso di sostanze illecite e pericolose per la salute nel ciclismo a tutti i livelli (giovanili, dilettanti, professionisti e amatori) è il trait d’union tra l’inchiesta sulle cause del decesso improvviso del corridore Linas Rumsas, 21 anni, avvenuta il 2 maggio 2017 e l’indagine sull’acquisto, la somministrazione e il consumo di farmaci idonei a modificare le condizioni psicofisiche e biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche dei corridori. Se per il decesso del giovane ciclista lituano non ci sono ancora iscrizioni nel registro degli indagati, per lo scandalo del doping in Lucchesia ai domiciliari sono finite sei persone con 17 denunce (ciclisti assuntori di testosterone e suoi derivati e un avvocato che ha chiesto al gip di poter chiarire la sua posizione).
NUOVE DENUNCE
Il numero dei denunciati in questa indagine è destinato a salire. Almeno di due unità. La procura infatti starebbe per iscrivere nell’apposito registro due genitori di altrettanti ciclisti, uno dei quali recentemente passato professionista, che si sarebbero prestati ad acquistare o a chiedere al farmacista, ora agli arresti domiciliari, sostanze dopanti. Le intercettazioni parlano chiaro e gettano ombre sinistre su tutto il movimento. Ma che anche padri e madri fossero consapevoli che i figli usassero anabolizzanti, insulina, ormone della crescita e assumessero prodotti a gioco lungo nocivi alla salute per correre più veloce, è una notizia che sconvolge e disarma. E notizia degli ultimi giornil’interruzione del rapporto di collaborazione tra lo Spezia Calcio e il responsabile sanitario Daniele Tasi di Grosseto, indagato nell’inchiesta della procura.
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DIECI CICLISTI A RISCHIO STOP
Tra i diciasette indagati ce ne sono almeno 10 - di età compresa tra i 19 e i 23 anni - che appartengono alla squadra lucchese GDFF. E il sostituto procuratore Salvatore Giannino ha già predisposto l’invio di tutto l’incartamento (comprese le intercettazioni) sia alla Federazione Ciclistica Italiana, sia alla procura nazionale antidoping. Per Matteo Alban, Maher Tounsi, Gracjan Krzystof Szelag, Francesco Di Felice e gli altri indagati il rischio di una maxi squalifica e quindi di compromettere irrimediabilmente la loro carriera è altissimo. A meno che non decidano di collaborare con gli inquirenti.
IL JOLLY DELLA PROCURA
C’è poi l’altra indagine parallela: la morte di Linas Rumsas. Senza quella tragedia l’indagine sul doping probabilmente non sarebbe mai iniziata. Linas - figlio di Raimondas Rumsas campione lituano di inizio anni Duemila e fratello di Raimondas junior squalifcato per doping - era un ragazzo di 21 anni e c’è più di un sospetto che potesse aver assunto sostanze dopanti. Gli esami tossicologici non sono ancora conclusi, ma la procura ha un asso nella manica o, per dirla in termini ciclistici, un «giollino»: un campione di sangue sequestrato dalla pg all’ospedale San Luca. Si tratta di una fiala di sangue che risale al giorno prima del decesso: lunedì 1 maggio quando il corridore si sentì male e venne trasportato al pronto soccorso. Dalle analisi di quel liquido organico, prelevato meno di 24 ore prima della morte, gli inquirenti contano di arrivare alla verità. A scoprire se e cosa era stato iniettato nelle vene dell’atleta che poi ha provocato il malore fatale. L’impressione è che sia vicina la svolta nelle indagini.
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