Finanza
Migranti, Del Debbio finisce a giudizio
Il giornalista lucchese accusato con altre due persone di diffamazione per una trasmissione sul centro di Roccalbegna
GROSSETO. «Gli italiani hanno pagato per mesi prostitute, gioco e alcol ai migranti». Era questo il tweet con cui Matteo Salvini, leader della Lega Nord, rilanciò sui social network, in tempo reale, la puntata di Quinta Colonna (il programma tv di Paolo Del Debbio)dove partecipava come ospite in studio. E dove si parlava del servizio di accoglienza dei rifugiati coordinato dall’Arci di Grosseto . A raccontare queste cose c’erano i titolari della struttura ricettiva “La Meridiana” di Roccalbegna, dove erano stati sistemati i migranti arrivati dalla Nigeria. Quelli che, a loro dire, avrebbero rubato, non sarebbero stati seguiti né da operatori e nemmeno da uno psicologo, avrebbero portato alcolici nella struttura e anche una prostituta. Il tutto in tv, su Rete 4 e senza alcun contraddittorio.
Il presidente dell’Arci Christian Sensi, assistito dall’avvocato Francesca Carnicelli, qualche giorno dopo ha presentato querela contro la trasmissione e la Procura di Grosseto ha chiesto il rinvio a giudizio per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Enrico Maria Santoro, 47 anni, titolare della struttura di Roccalbegna, del giornalista Paolo Del Debbio, conduttore della trasmissione e del suo inviato Valerio Minelli.
Secondo il sostituto procuratore Maria Navarro, i tre avrebbero offeso la reputazione di Sensi, presidente dell’Arci, raccontando che l’associazione non aveva mai ottemperato agli obblighi assunti con la prefettura riguardo ai progetti di integrazione perché per due mesi nessuno si era presentato all’agriturismo, insinuando che non era stato fatto alcun corso di italiano e che nel centro si fosse presentata una prostituta senza che l’associazione fosse intervenuta. Anzi, lasciando sottintendere che avrebbe potuto avere rapporti con gli ospiti. E ancora, che nelle camere occupate dai rifugiati ci fossero bottiglie di alcolici vuoti e anche un’ascia sotto un materasso. «Circostanze queste - dice il presidente dell’Arci - che non corrispondono alla realtà». Sensi seppe quello che stava succedendo durante la trasmissione soltanto perché aveva acceso la tv. «Non fui invitato a partecipare - dice - Avevamo già chiuso il nostro rapporto con il titolare dell’agriturismo e quello che fu raccontato quella sera non corrispondeva assolutamente alla verità. Questo non è certo il tipo di giornalismo che ci piace». La richiesta della Procura non è caduta nel vuoto: il giudice Marco Mezzaluna ha infatti fissato l’udienza preliminare per il 19 aprile alle 10. «Siamo soddisfatti per questa decisione - dice l’avvocato Francesca Carnicelli - perché in quella trasmissione l’Arci era stata presentata come un soggetto che aveva distratto soldi pubblici e che non aveva ottemperato all’accordo con la Prefettura. Un’accusa grave, che non soltanto è diffamatoria, ma che potrebbe anche configurare il reato di calunnia».
La questione del centro d’accoglienza per rifugiati gestito dall’Arci finì in televisione dopo che un esposto anonimo fu presentato in Procura e riguardava un’altra struttura sempre gestita dall’associazione guidata da Christian Sensi. «I fatti anche in quel caso - dice - non corrispondevano al vero. Ho ovviamente fiducia nella giustizia. Non è certo normale scoprire di essere accusati di fatti così gravi in un trasmissione che viene vista da milioni di persone senza poter dire una parola».
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