Sicurezza
«Dovevi nascondere meglio tutti i farmaci»
La madre del ciclista morto all’altro figlio poi squalificato
LUCCA. Leggere certi passaggi fa male. Molto male. E non solo se si è genitori e se abbiamo figli che praticano sport. Fa male toccare con mano, constatare su carte e brogliacci, che vincere è diventata in questo povero Paese l’unica cosa che conta. Più importante della vita stessa. Ci sono casi di papà e di mamma che telefonano per conto proprio o a nome del figlio corridore per farsi consegnare dal farmacista o dal direttore sportivo implicati nell’inchiesta medicinali proibiti per migliorare le prestazioni. Per vincere facile. O per provare a vincere barando. Perché ormai professionisti, dilettanti o amatori - da tempo - cercano quel «rinforzino» lasciapassare verso il successo. D’altronde è noto che il doping corre più veloce dell’antidoping e questa inchiesta meticolosa durata 8 mesi - che ha coinvolto il Servizio Centrale Operativo della polizia e la squadra Mobile sotto l’attenta direzione della procura della Repubblica - non basterà da sola a scuotere le coscienze e ad estirpare un male invasivo che rischia di travolgere una generazione. A distanza di quasi 48 ore dalla conferenza stampa sul doping in Lucchesia nessuno ha raccolto l’invito del procuratore Pietro Suchan e si è presentato per «vuotare il sacco».
Il rimprovero di una madre. Non è indagata Edita Rumsiene, la mamma di Linas Rumsas, il giovane ciclista figlio d’arte morto a 21 anni in circostanze ancora da chiarire il 2 maggio dello scorso anno. E da quella tragedia che nasce l’inchiesta della magistratura che ha portato all’emissione di sei ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari con diciassette persone tra ciclisti, medici, ex corridori e direttori sportivi iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di somministrazione e commercio di sostanze dopanti. Ma quanto dice all’altro figlio - Raimondas Rumsas junior corridore della formazione bergamasca della Palazzago squalificato per 4 anni dal tribunale nazionale antidoping perché trovato positivo ad un ormone della crescita - nel corso di una telefonata intercettata dagli inquirenti accappona la pelle. «Dovevi nascondere meglio quei farmaci». Quindi la mamma del giovane corridore, che da poco aveva perduto Linas, e che non è imputabile in forza della scriminante del legame parentale invece di rimproverare il figlio superstite di aver assunto sostanze vietate e pericolose si lamentava con lui di non averle nascoste bene consentendo agli sbirri, alla polizia giudiziaria, alla magistratura, di trovarle. Assuefatta pure lei e nonostante il terribile lutto alla pratica del doping. Per gli investigatori non era stato difficile recuperare e sequestrare le sostanze nascoste da Rumsas junior. Dal telefono sotto controllo della casa dell’ex campione lituano lo stesso Rumsas senior aveva telefonato al figlio maggiore che gli aveva rivelato il luogo utilizzato per occultare i farmaci: il copriruota del pneumatico di scorta della sua macchina parcheggiata nel quartier generale del team Palazzago a Bergamo. D’altronde con il gsp installato dagli 007 dello Sco sull’ammiraglia del team lucchese GFDD parcheggiata fuori da un ristorante non è stato complicato seguire gli spostamenti e ascoltare ogni parola che veniva pronunciata all’interno dell’abitacolo da corridori, manager e direttori sportivi.
«Sono il padre del corridore». C’è il padre di un corridore indagato - Giovanni Petroni, 26 anni - che telefona al farmacista Andrea Bianchi, 50 anni, uno dei cinque ai domiciliari per l’associazione a delinquere, e gli chiede dei medicinali per il figlio corridore: «Andrea, sono il papà di Giovanni il ciclista... ti domandavo se era possibile avere qualcosa..». La frase non è ancor finita che ecco la risposta: «Ascolta, dovrebbe arrivare domani ... quello lassù vuole 20 euro a fiala... però me ne rimane due sole... per te ci avevo pensato me ne porta dieci e quei due te li ho lasciati».
«Mamma comprami l’ormone». Da una conversazione il ciclista Francesco Lorenzini chiede alla madre di acquistare il Synacthen, un ormone prescritto con ricetta non ripetibile. «Ci puoi andare da te a comprarlo?» dice la donna. La risposta è immediata: «Madonna mamma come sei... ti scoccia che è...». «Sì» sussura lei. Ma poi si convince. «Mi raccomando mamma Sinactene. Ricordatelo, non scrivertelo e non far vedere il foglio. Ciao».
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