Il Tirreno

Lucca

Intercettazioni per rompere il muro di silenzio

di Luca Tronchetti
Intercettazioni per rompere il muro di silenzio

Dopo la morte di Rumsas otto mesi di indagini che portano sei persone agli arresti domiciliari

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LUCCA. Un incredibile muro di omertà e reticenza macchia la morte di un giovane ciclista di 21 anni. È un mondo del pedale malato quello che vuol cancellare quanto è accaduto cercando di inquinare le prove e affossare la ricerca della verità. Sulla morte improvvisa di Linas Rumsas, su cui deve essere ancora fatta piena luce, la procura della Repubblica - coadiuvata dallo Sco e dalla Mobile - sta scoperchiando un autentico vaso di pandora. Una verità inconfessabile, ma che tutti conoscono. L’uso di sostanze dopanti nel ciclismo in tutte le categorie: dai dilettanti agli amatori ai professionisti. E dalle perquisizioni emerge chiaramente che il consumo e la commercializzazione di farmaci dopanti in seno al team di Rumsas era pratica diffusa.

Quadro a tinte fosche. L’indagine sul doping prende spunto dalle telefonate (intercettate) in cui all’interno del team GFDD si parla delle abitudini «sportive» della vittima. «Speriamo che non vengano effettuati gli esami tossicologici» dicono al telefono alcuni dirigenti. Che poi si attivano - attraverso un avvocato lucchese, appassionato delle due ruote e indagato per favoreggiamento e patrocinio infedele - ad inquinare le prove. Per l’accusa è lui a fornire al presidente Luca Franceschi e al ds Elso Frediani indicazioni su come eludere le indagini. E gli stessi familiari di Linas, con in testa il padre Raimondas già campione del ciclismo all’inizio degli anni Duemila, invece di cercare la verità tendono a nascondere quanto accaduto al figlio. Persino dopo il sequestro di aghi, flebo e farmaci all’altro figlio Raimondas junior - squalificato dalla procura antidoping - la madre del giovane, a conoscenza dei fatti, lo rimproverava non di aver assunto sostanze vietate e pericolose, ma di non averle nascoste bene consentendo alla polizia di trovarle.

Otto mesi di indagini. È in questo quadro desolante che si muove il sostituto procuratore Salvatore Giannino, la Mobile diretta dal commissario Silvia Cascino e 5 sottufficiali dello Sco guidato dal dottor Alessandro Giuliano. Attraverso indagini sofisticate riescono a squarciare il muro di silenzi e i tentativi di insabbiamento legati all’uso del doping nel ciclismo. Fondamentali le intercettazioni su diverse utenze telefoniche e negli abitacoli di auto in uso a diversi indagati, i tabulati del traffico telefonico, l’acquisizione di documenti e ricettari medici, i servizi di appostamento e le perquisizioni di luoghi con il sequestro di farmaci e presidi sanitari.

La casa del doping. Dopo la morte di Rumsas, il patron Franceschi decide che l’assunzione di farmaci non deve più avvenire in ritiro, ma a casa del padre. Nella villetta di Lunata. «Perché in ritiro non tengono neanche le vitamine» dice intercettato Luca Franceschi. Dopo le corse i giovani corridori entrano in quella casa e si sottopongono alla somministrazione di farmaci coadiuvanti (Epo, ormone della crescita) da smaltire in allenamento. Prima delle gare invece viene iniettata endovena l’insulina che smaltisce velocemente le sostanze e non lascia traccia.

I ruoli. Sono ben assegnati. Il ds Elso Frediani allena i corridori e si occupa della gestione del doping con la consulenza medica del dottor Tarsi di Grosseto che fornisce consigli su come assumere la sostanza e nascondere la positività ai controlli antidoping. Il preparatore del team Michele Viola fornisce al patron l’Epo mentre il farmacista Andrea Bianchi è il fornitore principale di ormone della crescita, medicinali di natura oppiacea, ferro come coadiuvante dell’Epo e senza prescrizione e ricette mediche mentre l’altro ds, Andrea Del Nista, somministra e favorisce l’utilizzo dei farmaci vietati. D’altronde conta solo vincere.

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