Il Tirreno

Lucca

Henrica e Angelo, un amore nato nel lager

di Marco Tirinnanzi
Henrica e Angelo, un amore nato nel lager

La scintilla fra un soldato lucchese e una polacca nel campo di Boizemburg: poi la liberazione e 50km in bici sotto le bombe per salvare la donna scelta

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LUCCA. Attaccato alla vita, proprio nel momento in cui ha rischiato di vederla svanire per sempre. Siamo nel 1945 e la guerra si sta trascinando lentamente verso la fine: l’Armata Rossa ha fatto saltare in aria le ultime roccaforti naziste, e adesso si appresta a liberare anche il campo di lavoro di Boizemburg, città che di lì a poco diverrà uno dei punti di contatto tra le due Germanie.

Angelo Del Bianco, classe’22 di San Lorenzo a Vaccoli, appena comprende di essere tornato un uomo, libero, decide di rincorrere l’amore, che dista 40 chilometri in bicicletta, sotto le bombe delle SS. Deperito, provato anche da una pleurite che non gli ha dato tregua, sale in sella e va incontro ad una follia, che si chiama Henrica: è polacca, di sei anni più giovane di lui, non parla italiano, come Angelo non parla polacco, né tedesco. Alcuni bigliettini scambiati di nascosto nel campo li hanno resi inaspettatamente amanti, ma la scintilla è scoppiata durante la convalescenza di lui: quell’acqua nei polmoni che ha costretto il bombardiere pesante della Regia Aeronautica della S. R. A. M. (sezione riparazione aeromobili motori) di stanza all’aeroporto di Gorizia fin dal 1941, al “riposo” forzato. Sdraiato, male, insieme ad altri cento all’interno di alcune baracche prestate all’infermeria.

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Qui, a dare una mano insieme alle altre, proprio Henrica, sua futura moglie, che lo cura, e gli lenisce le pene dell’animo, oltre che quelle del fisico. I ritmi sono allucinanti all’interno del lager: 14 ore al giorno in cui Angelo si occupa di aggiustare motori e veicoli per la guerra voluta dai tedeschi. Il tempo che resta non basta per il riposo e il cibo, una sbobba liquida che non nutre abbastanza, nausea solo all’odore.

 

Un po’di forza in più gli arriva dalle patate che mangia intere, crude, rubate qua e là quando i tedeschi non guardano. “Sostentament” urla un internato alle guardie appostate: una mitragliata ad un metro dalla gamba zittisce le sue speranze e quelle di Angelo di avere qualche razione in più. Deportato in Germania, subito dopo le pagine prive di dignità seguite all’8 settembre del ’43; la colpa di Del Bianco fu quella di aver giurato infedeltà allo Stato fantoccio della neonata Repubblica Sociale di Salò.

Con le tradotte (i carri bestiame utilizzati dai tedeschi per i deportati) giunge al campo lager di Boizemburg alla fine del ’43: nessuna fermata intermedia, quattromila persone tutte in piedi stipate: nel conteggio al termine della guerra ne mancheranno più di un decimo. Gli assegnano un numero: 1.604, che rimanda ad una sigla, IMI, che sta per internauti militari italiani, i “traditori” , coloro che si sono rifiutati di seguire Mussolini, riabilitato dai tedeschi. A Boizemburg ha la “fortuna” di intendersi di meccanica e motori: ne aggiusta a decine ogni giorno, senza sosta. Scrive lettere e riempie diari, ma la nazi-censura gli soffia sul collo. Nei suoi scritti rincuora la madre e si affida a Dio, tenace.

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Henrica invece, sta insieme alle altre nel campo riservato alle donne: cecoslovacche, serbe, polacche, tutte assieme: si capiscono poco, e male. Preparano i contenitori per i viveri ai prigionieri del campo; una catena di montaggio al femminile, inesauribile, pena la morte. Che rischia la madre di Giovanni, colui che ci racconta la storia dei suoi genitori che è anche la storia di un Paese, come l’Italia, che spesso dimentica il suo passato.

Una di loro, per protesta, blocca la produzione, intenzionalmente: la repressione è durissima, le SS del campo ne prendono 12 a caso e le portano fuori, nella pubblica piazza, e le mettono in fila, tra loro c’è Henrica: «O salta fuori il nome o vi fuciliamo tutte» . Nessuna demorde, nessuna piega la testa: la sfrontatezza e l’orgoglio di una dozzina di donne vestite di stracci dell’Est Europa che sfida un plotone di soldati teutonici in divisa, armati fino ai denti. La resistenza paga, e i tedeschi, vinti, possono solo sfogare la loro rabbia sulle schiene delle “colpevoli” , a suon di frustate.

La libertà giunge inaspettata: i sovietici irrompono nel campo e mettono fine ad un’agonia lunga più di due anni, per Angelo Del Bianco. Più forte della voglia di casa, sente il bisogno di mettere in salvo quella donna minuta, coi capelli biondissimi che a lui aveva già salvato la vita una volta. Sa che le internate venivano spedite nella Rsfsr (l’allora Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa): di fronte a loro un poco edificante destino. Assieme ad un ufficiale italiano, si presenta dai russi e chiese di potersi occupare di Henrica, allora 16enne.

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Ci riesce, e con una bicicletta di fortuna la rincorre, dopo il trasferimento a quasi 50 km dal lager di Boizemburg. Si rivedono, ma non c’è bisogno di aggiungere parole; si erano già scelti, inconsapevolmente. Dopo la liberazione, il viaggio verso l’Italia, snervante: due treni da prendere, uno a Bolzano e l’altro a Bologna, sono i centri di raccolta e smistamento. Una volta giunti a Lucca, devono farsela a piedi fino a San Lorenzo a Vaccoli.

È fine agosto del 1945, e il sole splende basso: in lontananza un gigante altissimo e una ragazzina bionda coi pantaloni alla zuava, inusuali in quegli anni, mano nella mano. San Lorenzo è una piccola frazione, la gente li vede ed esce per strada, e subito riconosce Angelo: tanti piangono, commossi dal quasi inaspettato ritorno, altri battono le mani. L’aveva promesso nelle sue lettere quel soldato lucchese: se fosse tornato, l’avrebbe fatto con lei.
 

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