Il Tirreno

Lucca

«Sogno di toccare il petto di chi ha il cuore di Mauro»

di Marco Sabia
«Sogno di toccare il petto di chi ha il cuore di Mauro»

La madre di un giovane morto in un incidente vuol conoscere chi ha ricevuto gli organi del figlio

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LUCCA. «Mi piacerebbe, un giorno, mettere la mano sul petto di chi ha avuto in dono il cuore di mio figlio». Giovanna Carboni, 50 anni, ha perso suo figlio Mauro Cordeschi, dopo un gravissimo incidente stradale, nelle Cerbaie fucecchiesi. Mauro, originario di Lucca, morì nel giorno del suo ventottesimo compleanno, il 27 ottobre. La famiglia come estremo gesto di altruismo, decise di donare gli organi di questo 28enne appassionato di pesca, quad e softair, che di lavoro montava le finestre, in una ditta a poche decine di metri dalla sua casa. Oggi sua madre Giovanna vorrebbe conoscere chi ha ricevuto gli organi di suo figlio. O, almeno, sapere se queste persone stanno bene.

Ci accoglie così a casa sua, dove i muri sono tappezzati dalle foto di Mauro: con gli amici, con la famiglia, spensierato e divertito. Una casa dove Mauro non c’è più ma che parla di Mauro in ogni suo angolo. Per non parlare del telefonino della mamma, che è pieno di foto del giovane, che Giovanna guarda ogni mattina, quando fa colazione. E poi c’è il nipote di Mauro, figlio della sorella, che nella sua semplicità di bambino ti dice “Zio non si vede, ma è dappertutto”. Giovanna, per caso, ha già conosciuto una delle persone che ha ricevuto un organo di suo figlio: era a Careggi, dove il figlio purtroppo stava morendo, quando casualmente ha incontrato una donna; iniziano a parlare e questa le dice che sua figlia sta per ricevere un trapianto di rene, chiedendole se conosce il donatore, che non è altro che Mauro. Giovanna, 15 giorni dopo, va a trovare la donna, che è una 30enne di Salerno, arrivata a Careggi in cerca di una nuova vita, libera dall’incubo della dialisi. Ci parla, si conoscono e oggi si sentono praticamente ogni giorno. La 30enne, nelle scorse settimane, è andata anche a Cerreto Guidi, a casa di Mauro, a trovare la madre. «Questa ragazza, dolcissima, adesso è rinata. E io sono felice», racconta Giovanna.

Dalla morte, quindi, è nato un rapporto, frutto del caso ma anche dell’amore, dalla consapevolezza che è anche grazie a Mauro che alcune vite sono tornate ad essere tali. Questa è stata una conoscenza totalmente casuale, che non può ripetersi per le altre persone “salvate” da Mauro. Giovanna, però, non demorde ed è riuscita a sapere – tramite la rete nazionale trapianti – dove sono stati trapiantati gli organi del figlio: il cuore è andato a Siena, a un uomo di 64 anni; il fegato a Modena, ad un signore di 54 anni; i polmoni, entrambi, ad un ragazzo che si trovava all’ospedale di Padova; la cute e le cornee, invece, sono ancora a disposizione di chi ne avrà bisogno. Ora Giovanna vuole continuare la sua “missione” e riuscire a contattare queste persone, consapevole che sarà molto difficile. Anche perché la normativa attuale non permette alle aziende sanitarie di dare molte informazioni più di quelle che la donna già ha.

Per cui l’unico modo è fare un appello ai “riceventi”, che potrebbero così farsi avanti: «Vorrei soltanto sapere – racconta – se adesso stanno bene, se vivono la loro vita come si meritano, grazie agli organi di Mauro. Sarei felice di sapere se hanno iniziato una nuova vita, vorrebbe dire che questo sacrificio è valsa veramente la pena di farlo».

Non è facile porsi davanti ad una madre di 50 anni, che ha perso un figlio: ogni parola ha un peso ma Giovanna ti mette a tuo agio, non ti fa percepire di essere un estraneo in quella casa. Anche le persone accanto a lei fanno lo stesso: la nonna Antonietta, il marito Roberto e l’altra figlia Simona, gente normale segnata da un dolore che non trova misure. «Donare gli organi – continua – non è una scelta facile, perché vuol dire sottoporre il proprio figlio ad una certa procedura, che ne segna il corpo. Però lo abbiamo fatto perché Mauro era un generoso, uno che per gli amici si alzava anche alle due di notte, che se uno di loro rimaneva a piedi perché aveva finito la benzina Mauro partiva subito per andare a dargli una mano. Era un ragazzo spettacolare, che ti faceva sempre ridere». E infatti Giovanna, mentre di parla di Mauro, mischia sorrisi a lacrime: i primi per il caldo ricordo del figlio, le seconde per la consapevolezza che – di quelle risate – rimarranno solo foto, video e qualche flash nella propria mente. «In quelle drammatiche ore ho sognato Mauro, che sull’ambulanza a braccia conserte guardava se stesso mentre veniva curato dai dottori. Mauro è praticamente morto lì, mentre i due amici che erano con lui pian piano ne stanno uscendo fuori». Gli amici di Mauro, oltretutto, vanno a spesso a casa dell’amico, dove Giovanna offre loro il pranzo. E dove Mauro è morto, su quella provinciale in località Dreoli, la mamma ha realizzato una sorta di lapide, dove campeggia l’immagine di Mauro, al mare. Poi una sigaretta e un accendino, inseparabili compagni di vita. Come la musica del rapper Noyz, l’artista preferito di Mauro, che ha dato anche il nome al rottweiler del giovane.

Un ragazzo che «non voleva morire, voleva vivere». Che aveva una figlia, una famiglia e un esercito di amici. E che oggi vive nei corpi di una serie di sconosciuti. Perché la donazione è questo: dalla morte, il dolore più grande, sfocia la vita, la gioia più grande. L’alfa e l’omega, l’inizio e la fine di ognuno di noi. Vicino alla sua lapide – dove ha perso il controllo dell’auto – ci sono i resti di un biglietto, stracciato dalle intemperie, dove si legge “Mauro vive”. E, infatti, è proprio così: Mauro vive nel corpo di qualcuno che lui non conosceva e che adesso – la madre – vuole incontrare e abbracciare. Normative e burocrazia a parte, si tratta di un desiderio profondamente umano, di una madre. Chi può dirle di non coltivare questo sogno?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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