Sicurezza
Quel ragazzo rimasto senza giustizia
Dagli archivi la storia del 15enne Dante Pattini, ucciso dal proiettile di un soldato tedesco
BAGNI DI LUCCA. Aveva 15 anni quando, nel giugno del 1944, diventò una vittima innocente di una rappresaglia dei nazisti, inferociti per l’attacco subito dai partigiani a Fabbriche di Casabasciana. Una storia poco conosciuta, atroce, ricordata in questi Giorni della Memoria da Virginio Monti, antifascista militante, che ha raccolto sul caso lettere e documenti. È la storia di Dante Pattini.
Una vicenda toccante, con il padre del ragazzo, un maresciallo dei carabinieri, che scopre la barbarie dell’alleato (fino a quel momento) nazista, nell’Italia in attesa di essere liberata. Due anni dopo l’omicidio il padre, approdato da Bagni di Lucca a Gello di Pescaglia, scriverà al Comitato di Liberazione Nazionale perché siano individuati e puniti non soltanto il soldato omicida, ma anche l’ufficiale e il console tedeschi che negarono aiuto nel momento del dramma. A spiegare tutto è la lettera recuperata dall’Istituto Storico della Resistenza, mostrata da Monti. Il 16 giugno 1946 il maresciallo Arturo Pattini, di Mezzano Inferiore (Parma), scrive al Cln di Lucca per raccontare l’omicidio e chiedere un intervento della giustizia, che non risulta sia mai arrivato.
La tragedia è del 12 giugno 1944, teatro la zona della Chiesa Inglese a Bagni di Lucca. Come racconta il maresciallo quel giorno c’era stato un agguato dei partigiani ai soldati tedeschi a Fabbriche di Casabasciana, con vittime e feriti nelle forze naziste. La rappresaglia era stata immediata, e i tedeschi avevano cominciato a sparare all’impazzata sugli italiani. Ovunque, per strada, nelle case e perfino nei boschi. C’era stato un fuggi fuggi e il figlio del maresciallo, Dante, era corso a casa, al primo piano della Chiesa Inglese, per assicurarsi che fossero tornate la madre a la sorella (il padre in quel momento era al lavoro).
Mentre osservava dalla finestra per cercare le due donne il ragazzo fu raggiunto da una fucilata sparata dal vicino giardino pubblico. Il proiettile lo colpì a un occhio, ferendolo mortalmente. A trovarlo, in una pozza di sangue, fu proprio il padre. Disperato il maresciallo aveva cercato aiuto, sapendo dai passanti che il colpo era stato sparato di proposito da un soldato appostato dietro un albero del giardino. Incrociati un ufficiale e il console tedeschi, che conosceva, Pattini aveva chiesto aiuto e l’apertura di una inchiesta che punisse i colpevoli. Aveva ricevuto soltanto un’alzata di spalle di scherno. Un atto che lo aveva poi indotto a parlare nella lettera dei nazisti come barbari invasori e “unni” incivili.
Nella drammatica, straziante lettera poi scritta al Cln il maresciallo chiedeva che venissero «identificati e puniti il criminale e i suoi superiori. A tale identificazione sarà possibile giungere attraverso il comando tedesco dell’epoca, il quale potrà dare precise indicazioni sull’ufficiale che comandava quell’orda di vandali. Se la giustizia umana non potrà, per cause di forza maggiore, raggiungere e punire i criminali, sarà per me e per mia moglie fonte di conforto la certezza che quel popolo che simili infamie ha perpetrato verrà fisicamente distrutto e cacciato per sempre dal novero delle nazioni civili».
L’attesa giustizia umana non è arrivata, ma la memoria di quei fatti non si è spenta. In questi giorni Bagni di Lucca ricorda anche la tragica vicenda di Dante Pattini, ragazzo innocente ucciso a tradimento.
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