Il Tirreno

Lucca

I coniugi suicidi per sfuggire ad Auschwitz

di Emanuela Ambrogi
I coniugi suicidi per sfuggire ad Auschwitz

Bernardo e Giovanna, internati a Bagni morirono mano nella mano nel dicembre 1943

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BAGNI DI LUCCA. È Bagni di Lucca il teatro di una delle storie più toccanti della barbarie nazifascista, che nella cittadina termale verrà ricordata il 27 gennaio con una serie di iniziative. È a Bagni di Lucca che si verificò una vicenda di amore e morte di due ebrei, marito e moglie, messi nella sorta di campo di concentramento allestita in vari alberghi e case del luogo, in attesa della deportazione ad Auschwitz, nel 1943.

A ricordare la vicenda è il tenente colonnello Vittorio Lino Biondi il quale, da bambino, abitava proprio in quella parte di paese che in tempo di guerra aveva ospitato le persone destinate ad una tragica fine, come la coppia che preferì il suicidio alla deportazione. «Bagni di Lucca – racconta Biondi – era stata scelta per ospitare gli ebrei internati, in attesa di portarli poi nei campi di concentramento, per la “soluzione finale. Le Camicie Nere di Lucca assicuravano la sorveglianza, compito peraltro assai facile, perché dovevano guardare persone tranquille, famiglie intere che erano state alloggiate nelle strutture alberghiere della zona, a spese della Prefettura».

In particolare erano alloggiati in alcune pensioni a Bagni Caldi. Ma le famiglie internate più benestanti e che avevano capacità finanziaria potevano alloggiare, a loro spese, in strutture private in affitto, sempre sono stretta sorveglianza. «Tra loro – prosegue Biondi – una coppia di coniugi apolidi, fuggiti dalla Germania in seguito alle leggi razziali. Nelle quali erano però incappati in Italia. Erano Bernardo Sternefeld, 45 anni, nato a Vienna, e la moglie Giovanna Wiel, anche lei di Vienna e della stessa età. Avevano preso in affitto dal signor Remo Barsi, proprietario dell’Hotel Corona, la piccola villetta al civico 112, a Ponte a Serraglio».

I coniugi vivevano in maniera semplice, vendendo un po’ di biancheria man mano che la necessità lo imponeva, senza recar fastidio e osservando scrupolosamente, come tutti, le regole imposte dal regime: ritiro ad una certa ora, presentazione all’autorità locale di pubblica sicurezza, firma del registro e via dicendo. «Il tempo passava – riprende Biondi – e la situazione politico militare precipitava rapidamente. Verso gli inizi di dicembre del 1943 cominciarono ad arrivare sentori di un prossimo trasferimento nel tragicamente noto campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Per questo motivo, per la stanchezza di una vita negata, per la tragica malvagità degli eventi, i coniugi presero la loro ultima decisione. Non sarebbero saliti sul quel carro ferroviario, insieme a tanti altri. No, sarebbero rimasti a Bagni di Lucca. Definitivamente».

Biondi racconta con precisione i fatti che riprende, ritrascritti, grazie alla precisa opera di informazione e divulgazione della memoria della rivista Documenti e Studi edita dall’Isrec di Lucca. «La sera del 3 dicembre 1943, i coniugi, dopo aver preso insieme la estrema decisione, si ritiravano nella camera da letto della villetta al numero 112, e dopo aver scrupolosamente sigillato con stracci e indumenti la porta e le finestre in maniera ermetica, lasciavano accese due bacinelle con dei carboni, per riscaldare la stanza. A Bagni di Lucca, a dicembre, fa freddo. Si distesero sul letto, insieme, e così li ritrovò, due giorni o tre dopo, il maresciallo maggiore Adolfo Mascolo, comandante la locale stazione dei Carabinieri di Bagni di Lucca, che in uno scrupoloso rapporto, dell’ 8 dicembre 1943, inviato al procuratore di stato di Lucca, al Comando tenenza carabinieri di Lucca e per conoscenza alla Questura di Lucca, racconta dettagliatamente le modalità del rinvenimento dei due corpi». La morte di marito e moglie avvenne per intossicazione da monossido di carbonio. Il rinvenimento avvenne il 7 dicembre, verso le ore 14, 30, dai parte dei carabinieri, allertati da Barsi che da due o tre giorni non vedeva più i due coniugi.

«Li ritrovarono sul letto, abbracciati – dice Biondi – morti per avvelenamento da monossido. Se ne erano andati come avevano vissuto. Serenamente. La rivista di Storia Contemporanea Documento e Studi riporta anche i vari verbali di constatazione, i certificati degli Atti di Morte, la prima segnalazione per fonogramma, l’inventario dei beni, e una lettera in tedesco, rinvenuta in un locale fuori della camera. Fu fatta tradurre dal comandate della gendarmeria tedesca di Bagni di Lucca».

I corpi dei due coniugi sono stati tumulati nel piccolo cimitero all’inizio di Bagni di Lucca, lungo la Lima. Dove riposano ancor oggi, per testimoniare a tutti il dolore e la sofferenza dell’Olocausto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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