Il dolore
Stefania, destino da medico ma vita da prof
di FLAVIA PICCINNI
Le volevano far seguire la tradizione di famiglia ma si ribellò: «È stata la mia scelta migliore»
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«Sono sanmarchese. Posso dire di essere nata sotto il campanile, dove abita tutt’ora la mia mamma. Per me San Marco è il quartiere del cuore, quello da cui non andrei mai via». Esordisce così Stefania Querci, 61 anni, che insegna alla Scuola Primaria Giusti di Sant’Anna e ha i capelli scuri; le si arricciolano tutti intorno al viso, e fanno da cornice agli occhi grandi e azzurri, quasi trasparenti, che si fanno enormi appena parla di qualcosa che la emoziona. E Stefania si emoziona continuamente, e gli occhi si fanno più immensi continuamente; fin da quando inizia a raccontare la sua storia. «La mia famiglia – mi dice, mentre le mani si muovono e un sorriso buono le illumina il volto - è composta da quasi tutti medici. Medico era mio nonno, e il mio bisnonno. Anche i fratelli della mia nonna erano medici. Tutti e sette medici. Tutti di Montepulciano. Il fratello di mia madre era Piero Perelli, primario di oculistica al Campo di Marte. E quando dissi in famiglia che non avrei fatto il dottore, ma l’insegnante, non la presero bene. Volevano a tutti i costi che anche io studiassi medicina». Stefania si ferma, posa le mani sui pantaloni blu che indossa; sopra la maglietta colorata, coperta da una giacca scura, si intravede una collana a due fili di perle.
«Mio padre era avvocato, direttore della Banca di Italia. Prima a Genova, dunque a Firenze. Ma è morto giovane, e con mia madre venimmo a vivere a Lucca. Io avevo due anni, i miei nonni ci costruirono a San Marco, accanto alla loro villa, una dependance. Il mio nonno vinse la condotta a Lucca nel 1927 e costruì quella casa dove non c’era niente, la zona la chiamavano il Campo di Marte, per metterla su investì una stupidaggine. In quella villa ho avuto un’infanzia bellissima, felicissima, anche se non avevo il papà. Avevo tantissimo affetto, sono stata felice, eravamo una famiglia tanto unita, molto religiosa, mangiavo pane e Gesù».
Stefania ride, di una risata contagiosa, affatto trattenuta che trasmette allegria e buon umore. «Tutti i giorni andavamo io e mia nonna alla messa. Mio fratello è diventato ateo, io no». Mi racconta dei suoi studi - la prima e la seconda elementare all’Istituto Giorgetti, e poi le ultime tre classi a San Marco. «Avevo un’insegnante bravissima, unica, e ho ancora tante amiche del tempo. Le medie le ho fatto alla Bonagiunta, dove ora c’è l’Istituto Nottolini, e le magistrali le ho frequentate dalle Suore Dorotee. Poi ho deciso quale sarebbe stata la mia strada. Come ti dicevo, nella mia famiglia all’epoca l’insegnante veniva considerato un lavoro di serie B, e nessuno voleva, soprattutto mia nonna che era una Piccolomini, famiglia nobiliare di Pienza. Quando poi raccontai che avrei fatto il corso ortofrenico di quattro anni per diventare insegnante di sostegno…».
Stefania si ferma di nuovo: i denti grandi e bianchi spuntano fra le labbra, e un’espressione di ricordo e di pensiero le si strugge sul viso. «Successe di tutto. Non volevano, mi brontolavano, mi dicevano che assolutamente non ero adatta, perché da piccolina ero viziata, coccolata, e invece… Invece, da quando ho ventidue anni insegno ed è stata la scelta migliore della mia vita». Stefania infatti a ventidue anni entra di ruolo, frequenta la scuola ortofrenica per due anni a Pistoia e per due anni a Firenze, dunque inizia a peregrinare per gli istituti della provincia. «Ho insegnato a San Marco, a Ponte a Moriano, a San Vito e ora sono a Sant’Anna. Anche se andrò in pensione fra cinque anni, non ci penso. Però per ora sto bene a scuola. Mi piace proprio tanto. Mi piacciono i bambini. Mi piace la loro spontaneità. Non sono né falsi né ipocriti. Ormai sono adulta, e ho scelto di circondarmi solo di persone che mi fanno sentire bene, e io voglio stare con i bimbini».
Mi racconta dei bimbi in difficoltà che ha aiutato negli anni. C’è stato il figlio di un nomade che è andato all’Università, quello che ha fatto scienze infermieristiche, quello che fa il fotografo e si è sposato. Mi svela di quel confine sottile che lega la vita dell’insegnante di sostegno al bimbo che le è stato affidato, e di come un incontro può cambiare la vita. Mi racconta che per lei «la felicità vera vera non esiste. Quando uno è giovane felicità sono le cose più superficiale, come se ti compri un vestito, se vai a fare un viaggio. Adesso la felicità è stare con mio marito da trentotto anni. Incontrare per una cena i miei figli, sapere che mia figlia verrà a trovarmi da Bologna e che mangeremo insieme». Una lunga pausa, l’ennesimo sorriso: «Ho la vocazione della famiglia, oltre quella dell’insegnamento. Per me la famiglia è una piccola chiesa domestica dove si forma la società. E la mia è nata dalla parrocchia. Mi sono fidanzata con un ragazzo conosciuto a San Marco, avevo diciotto anni. A 23 anni mi sono sposata. A 25 è nato Francesco che adesso vive a San Marco. A 27 Chiara, che si è laureata in economia dello Sviluppo alla Cattolica a Milano». Le domando che cosa è per lei la bontà. «La bontà è cercare di vedere il buono nelle persone, e cercare di vedere quello che abbiamo in comune con gli altri». E allora le domando cosa prova la mattina, quando entra in classe. E lei, senza filtri e barriere, con una luce sensibile negli occhi: «La mattina vado in classe: sistemo i banchi, sistemo le cose, e c’è un odore buono, di libri e di bambini. Un odore così buono che non me ne vorrei andare via mai».
«Mio padre era avvocato, direttore della Banca di Italia. Prima a Genova, dunque a Firenze. Ma è morto giovane, e con mia madre venimmo a vivere a Lucca. Io avevo due anni, i miei nonni ci costruirono a San Marco, accanto alla loro villa, una dependance. Il mio nonno vinse la condotta a Lucca nel 1927 e costruì quella casa dove non c’era niente, la zona la chiamavano il Campo di Marte, per metterla su investì una stupidaggine. In quella villa ho avuto un’infanzia bellissima, felicissima, anche se non avevo il papà. Avevo tantissimo affetto, sono stata felice, eravamo una famiglia tanto unita, molto religiosa, mangiavo pane e Gesù».
Stefania ride, di una risata contagiosa, affatto trattenuta che trasmette allegria e buon umore. «Tutti i giorni andavamo io e mia nonna alla messa. Mio fratello è diventato ateo, io no». Mi racconta dei suoi studi - la prima e la seconda elementare all’Istituto Giorgetti, e poi le ultime tre classi a San Marco. «Avevo un’insegnante bravissima, unica, e ho ancora tante amiche del tempo. Le medie le ho fatto alla Bonagiunta, dove ora c’è l’Istituto Nottolini, e le magistrali le ho frequentate dalle Suore Dorotee. Poi ho deciso quale sarebbe stata la mia strada. Come ti dicevo, nella mia famiglia all’epoca l’insegnante veniva considerato un lavoro di serie B, e nessuno voleva, soprattutto mia nonna che era una Piccolomini, famiglia nobiliare di Pienza. Quando poi raccontai che avrei fatto il corso ortofrenico di quattro anni per diventare insegnante di sostegno…».
Stefania si ferma di nuovo: i denti grandi e bianchi spuntano fra le labbra, e un’espressione di ricordo e di pensiero le si strugge sul viso. «Successe di tutto. Non volevano, mi brontolavano, mi dicevano che assolutamente non ero adatta, perché da piccolina ero viziata, coccolata, e invece… Invece, da quando ho ventidue anni insegno ed è stata la scelta migliore della mia vita». Stefania infatti a ventidue anni entra di ruolo, frequenta la scuola ortofrenica per due anni a Pistoia e per due anni a Firenze, dunque inizia a peregrinare per gli istituti della provincia. «Ho insegnato a San Marco, a Ponte a Moriano, a San Vito e ora sono a Sant’Anna. Anche se andrò in pensione fra cinque anni, non ci penso. Però per ora sto bene a scuola. Mi piace proprio tanto. Mi piacciono i bambini. Mi piace la loro spontaneità. Non sono né falsi né ipocriti. Ormai sono adulta, e ho scelto di circondarmi solo di persone che mi fanno sentire bene, e io voglio stare con i bimbini».
Mi racconta dei bimbi in difficoltà che ha aiutato negli anni. C’è stato il figlio di un nomade che è andato all’Università, quello che ha fatto scienze infermieristiche, quello che fa il fotografo e si è sposato. Mi svela di quel confine sottile che lega la vita dell’insegnante di sostegno al bimbo che le è stato affidato, e di come un incontro può cambiare la vita. Mi racconta che per lei «la felicità vera vera non esiste. Quando uno è giovane felicità sono le cose più superficiale, come se ti compri un vestito, se vai a fare un viaggio. Adesso la felicità è stare con mio marito da trentotto anni. Incontrare per una cena i miei figli, sapere che mia figlia verrà a trovarmi da Bologna e che mangeremo insieme». Una lunga pausa, l’ennesimo sorriso: «Ho la vocazione della famiglia, oltre quella dell’insegnamento. Per me la famiglia è una piccola chiesa domestica dove si forma la società. E la mia è nata dalla parrocchia. Mi sono fidanzata con un ragazzo conosciuto a San Marco, avevo diciotto anni. A 23 anni mi sono sposata. A 25 è nato Francesco che adesso vive a San Marco. A 27 Chiara, che si è laureata in economia dello Sviluppo alla Cattolica a Milano». Le domando che cosa è per lei la bontà. «La bontà è cercare di vedere il buono nelle persone, e cercare di vedere quello che abbiamo in comune con gli altri». E allora le domando cosa prova la mattina, quando entra in classe. E lei, senza filtri e barriere, con una luce sensibile negli occhi: «La mattina vado in classe: sistemo i banchi, sistemo le cose, e c’è un odore buono, di libri e di bambini. Un odore così buono che non me ne vorrei andare via mai».
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